La domenica lavorerai - la Cgil che non t’aspetti

La domenica lavorerai - la Cgil che non t’aspetti

La Cgil interpreta con creatività il jobs act firmando con Cisl e Uil i contratti del commercio e dei bancari. I peggiori contratti della sua storia
di Checchino Antonini
SINDACATO JOBS ACT
«Come avevamo denunciato la contrattazione sta drammaticamente rivelando il quadro di piena accettazione da parte della Cgil della legislazione introdotta con il jobs act e del modello sociale che costruisce», dice Sergio Bellavita, portavoce di Il Sindacato è un’altra cosa, l’opposizione interna alla Cgil. 
«La Filcams – spiega – ha firmato un contratto nazionale che tradisce le lavoratrici e i lavoratori che hanno lottato contro l’accordo separato per le domeniche lavorative in particolare, accordo oggi integralmente sottoscritto a posteriori. 
Il nuovo accordo per il rinnovo del contratto nazionale del terziario è un atto violento sulla pelle di chi lavora e va respinto con sdegno e rabbia. 
Flessibilità vergognosa, straordinari, sotto inquadramento e accettazione della ricattabilità sui licenziamenti realizzano il miglior contratto per le imprese in un settore dove molto spesso non c’è
ricatto delocalizzazione. 
La Cgil intervenga a far ritirare la firma, in caso contrario vorrà dire che questo accordo sarà un modello generale per tutti i contratti». 
Con la firma dei contratti del commercio e dei bancari la Cgil, fieramente schierata contro il Jobsact, lo ha nei fatti sottoscritto, applicato e persino interpretato creativamente.

«Il contratto del terziario peggiora i due contratti precedenti che la Cgil aveva avuto il coraggio di non sottoscrivere – dice anche Giorgio Cremaschi – basti sottolineare che il lavoro domenicale diventa regola e obbligo. 
Particolare attenzione è stata poi rivolta alla clausola di flessibilità, che consente all’impresa di obbligare il lavoratore a lavorare 44 ore settimanali per 16 settimane senza neanche pagargli lo straordinario. 
Con 5 milioni di disoccupati aumentare l’orario di lavoro è proprio una bella sensibilità sociale, ma c’è di peggio. 
A livello aziendale o territoriale sarà possibile concordare orari di 48 ore per 24 settimane in un anno. Metà dell’anno si lavorerà con gli orari previsti dalla legge del 1923, senza neppure che sia riconosciuto lo straordinario».

Una doppia deroga sugli orari di lavoro che realizza un altro punto della famosa lettera di Draghi-Trichet, che nel 2011 dettarono ciò che si doveva fare in Italia per obbedire alla Troika. 
Il Jobsact prevede il demansionamento, cioè la possibilità per la aziende di degradare i lavoratori.
 Il contratto del commercio lo permette in via anticipata, cioè si potranno assumere a termine disoccupati con due qualifiche al di sotto della mansione effettivamente svolta.
Stessa logica per il contratto dei bancari.
 «Le banche potranno più serenamente licenziare - cotinua Cremaschi - perché assumono l’impegno di prendere in considerazione i licenziati per eventuali nuove assunzioni. 
Hanno il via libera per le terziarizzazioni in tante belle newco, realizzate magari con la fusione di quelle banche popolari scalabili grazie alla riforma di Renzi.
 Si riducono i costi ed il valore della liquidazioni dei dipendenti così le banche risparmiano, ma per dare un contentino si afferma che i lavoratori dismessi in nuove società continueranno ad avere l’articolo 18. 
È qui c’è una mela avvelenata perché con questa clausola il contratto dei bancari riconosce di fatto il rapporto di lavoro a tutele crescenti.
 Se infatti si esclude di applicarlo ai terziarizzati e solo a quelli, si accetta che sia pienamente applicabile a tutti gli altri che verranno assunti. 
Come sempre le eccezioni confermano la regola».
 Tutto ciò in cambio di 13 euro al mese in più in busta paga, netti.

È uno scambio equo?
 È questa la realizzazione di quanto il gruppo dirigente della Cgil aveva promesso nelle piazze del 12 dicembre scorso? 
La lotta al Jobsact si riduce a individuare le persone esentate dai suoi danni?
Secondo l’opposizione in Cgil i grandi sindacati firmano queste porcherie per sopravvivere come grandi organizzazioni burocratiche.
«La crisi economica e le violente politiche di austerity stanno mutando i soggetti in campo e spingono settori sociali non marginali su posizioni estremamente polarizzate tra loro, il PD di Renzi diventa il gestore più efficiente ed efficace della crisi al servizio di Padroni e Banchieri, gli spazi di riformismo e quindi di mediazione su cui i gruppi dirigenti della Cgil si sono formati ormai sono ricordi di un passato che non ritorneranno mai più. 
Questi sono gli elementi salienti della crisi della Cgil: come può un sindacato andare avanti quando non riesce più a contrattare ed i soggetti che rappresenta sono spinti sempre più verso il basso?», scrive anche Nando Simeone firmando l’inchiesta sulla crisi della Cgil apparsa sul nuovo numero di L’Anticapitalista presentato in piazza, il 28 marzo scorso a Roma. 


«Solo un’altra linea sindacale basata sulla lotta e sul conflitto di classe potrebbe dare una via d’uscita alla crisi del sindacato, ma questo è molto difficile soprattutto per due motivi il primo è che l’apparato che conta più di 11 mila funzionari è cresciuto dentro la cultura della concertazione ed ha perso qualsiasi riferimento a pratiche del conflitto e delle lotte, questa “cultura della mediazione e del compromesso” ha contagiato anche tanti delegati di posto di lavoro; il secondo è se anche si dovesse imboccare questa strada questo provocherebbe una vera rottura, netta, con il PD a tutti i livelli soprattutto nei livelli territoriali dove invece i rapporti sono ancora ben saldi, senza un partito di riferimento che sostituisca il PD questo percorso per l’apparato diventa impraticabile».

L’ANTICAPITALISTA NR.2
«Tuttavia la partita generale non è chiusa – avverte ancora Bellavita – e l’ampia disponibilità alla lotta di consistenti settori di lavoratori, di giovani e precari, dei mesi scorsi, dimostra che esiste e resiste, sotto il quadro di passività sociale, la voglia di difendere e riconquistare nuovi e vecchi diritti, quell’insopprimibile sete di giustizia che è la leva prima di ogni sollevazione.
 Da questo punto di vista la giornata più significativa dell’autunno è stata certamente quella del 14 novembre 2014, il primo tentativo di sciopero sociale, di unificazione del sindacalismo tradizionale e delle nuove forme di rappresentanza del lavoro precario. 
Una strada da percorrere nuovamente».

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