OGNI BAMBINO DOVREBBE VISITARE UN MATTATOIO-SE NON SIETE D'ACCORDO, CHIEDETEVI IL PERCHE'

OGNI BAMBINO DOVREBBE VISITARE UN MATTATOIO-SE NON SIETE D'ACCORDO, CHIEDETEVI IL PERCHE'

Cosa si potrebbe pensare di una società i cui meccanismi di produzione alimentare vengono nascosti all’opinione pubblica? 
E in cui l’allevamento industriale e i macelli che forniscono gran parte del nostro cibo devono essere sorvegliati, come se fossero depositi di armi, per evitare che la società scopra cosa succede veramente? 
E pensare che noi contribuiamo a questo occultamento: preferiamo non sapere.
Ci illudiamo così tanto che la maggior parte delle volte quasi non ci rendiamo conto di mangiare animali. 
Perfino durante quelle che un tempo erano considerate importanti festività, come il Natale, che ora non sono quasi più distinte dagli altri giorni dell’anno.
Tutto comincia da ciò che raccontiamo. 
Infatti, molti dei libri scritti per bambini parlano di fattorie; peccato che i paesaggi idilliaci in cui vengono descritti animali che vagano liberamente come se fossero parte della famiglia
dell’allevatore, non rispecchino esattamente la realtà.

Le fattorie in cui portiamo i nostri figli non sono altro che la concretizzazione di queste fantasie.
Questo è solo un esempio delle condizioni igieniche dell’infanzia, in cui nessuno dei tre maialini viene mangiato e Jack fa pace col gigante, ma stavolta ci saranno delle conseguenze.
Etichettare rafforza l’illusione.
 Come indicato da Philip Lymbery nel suo libro “Farmageddon” (1), nell’UE mentre sulle confezioni delle uova devono necessariamente essere riportati i metodi di produzione, sulle carni o sul latte non esistono tali obblighi.
Etichette insignificanti come “naturale” o “produzione propria”, o simboli insensati, come piccoli trattori rossi, servono solo a distrarci dalla dura realtà: allevamenti suini intensivi.
Ma forse la più clamorosa delle rivelazioni è l’alimentazione a base di granoturco.
La maggior parte dei polli e dei tacchini, infatti, è costretta a mangiare grano e non è certamente un fattore positivo.

La percentuale di crescita della produzione di carne di pollo è quadruplicata negli ultimi 50 anni: ora vengono uccisi entro la settima settimana (2).
 Fino ad allora vengono significativamente indeboliti dal loro peso non indifferente. 
Gli animali scelti per la loro obesità causano altra obesità. 
Nutriti fino a scoppiare, quasi incapaci di muoversi, alimentati oltre il limite sopportabile, i polli allevati nelle fattorie contengono oggi quasi il triplo del grasso che contenevano nel 1970 e contengono solo i 2/3 delle proteine (3).
 Maiali e bovini recintati hanno subito una simile trasformazione. 
Produzione di carni?
 No, questa è una produzione di grasso.

Sostenere animali malsani in stalle sovraffollate richiede enormi quantità di antibiotici. Queste droghe contribuiscono alla crescita; il loro utilizzo rimane legale negli Stati Uniti e molto diffuso nell’Unione Europea, sotto le vesti di controllo delle malattie.
 Nel 1953, afferma Lymbery, gli MP avvertirono la Camera dei Comuni che ciò avrebbe potuto causare l’emergenza di utilizzo di agenti patogeni resistenti alle malattie.
 Furono largamente derisi. 
Ma avevano ragione.
Inoltre, questo sistema non risparmia nemmeno i territori e i mari. 
Gli animali allevati nelle fattorie consumano un terzo della produzione mondiale di cereali, il 90% della farina di soia e il 30% della pesca.
 Se il grano usato per ingrassare gli animali fosse riservato alla popolazione, si risolverebbe la denutrizione di 1.3 miliardi di persone.
La carne per i ricchi significa fame per i poveri.

Ciò che entra in questi organismi è nocivo esattamente quanto ciò che ne esce. 
Apparentemente il letame delle fattorie viene usato come fertilizzante, ma spesso in quantità maggiori di quanto il raccolto possa assorbire; le terre coltivabili vengono infatti usate come discariche.
 Tutto ciò viene rigettato nei fiumi e nei mari, creando zone morte che arrivano anche ad occupare migliaia di chilometri (6). 
Le spiagge della Bretagna, riporta Lymbery, dove ci sono 14 milioni di maiali erano talmente ricoperte di alghe, la cui crescita è accentuata dal letame, tanto che sono state chiuse per pericolo letale: tant’è vero che un lavoratore è morto avvelenato da solfuro di idrogeno mentre le sradicava dalla riva. 
Tutto questo per il protratto stato di decomposizione delle piante.

Si tratta di pura follia e non è prevista alcuna tregua. 
Ci si aspetta che le esigenze mondiali per il bestiame crescano del 70% entro il 2050 (7).
Quattro anni fa ho rivisto la mia posizione sull’alimentazione a base di carne (8) dopo aver letto il libro di Simon Fairlie “La carne: un’innocua stravaganza”(9).
 Egli ha infatti, giustamente, sostenuto che circa la metà dell’attuale rifornimento mondiale di carne non causa alcuna perdita all’alimentazione della popolazione. 
In realtà ciò apporta un guadagno netto, in quanto deriva dal fatto che gli animali cibandosi di erba e residui del raccolto non privano le persone di cibi commestibili.

Da allora due cose mi hanno convinto dell’errore che avevo commesso a cambiare idea.
La prima è che il mio articolo venne usato dagli allevatori come giustificazione delle loro pratiche mostruose.
 La minima distinzione che io e Fairlie cercavamo di compiere si rivelò essere suscettibile di distorsioni.
 La seconda è invece che mentre riguardavo il mio libro “Feral” mi resi conto che la nostra percezione di carni da allevamenti all’aperto andava modificandosi (10). 
Le colline inglesi sono state del tutto distrutte: spogliate della loro vegetazione, svuotate di una fauna selvatica e private della loro capacità di trattenere acqua e carbone; tutto questo per un’insignificante produttività. 

Sembra quasi impossibile pensare a un’altra attività industriale, oltre alla pesca di scaloppine, con una maggiore proporzione di distruzione per la produzione.
Per quanto il nutrimento di grano per il bestiame possa essere inefficiente e distruttivo, l’allevamento potrebbe essere considerato anche peggio.
 La carne non è mai cosa gradita, in quasi nessuna circostanza.

Allora perché non smettiamo? 
Non lo sappiamo e se anche lo volessimo sarebbe difficile.
Un sondaggio fatto dalla Consiglio degli Stati Uniti sulle Ricerche Umane ha scoperto che solo il 2% degli americani è vegetariano o vegano (11), e più della metà rinunciano entro un anno. 
E alla fine, l’84% smette. 
La ragione principale, secondo il sondaggio, è dimagrire. 
Potremmo anche sapere che è sbagliato, ma preferiamo tapparci le orecchie e andare avanti.
Credo che un giorno la carne artificiale diventerà vendibile e cambierà le norme sociali. Quando diventerà possibile mangiare carne senza uccidere, possedere e sgozzare bestiame sarà presto ritenuto inaccettabile.
 Ma quel tempo è ancora lontano.
 Fino ad allora probabilmente la miglior strategia sarà incoraggiare le persone a mangiare come i nostri antenati. 
Invece che consumare carne ad ogni pasto irrazionalmente, dovremmo vederla come un dono straordinario: un privilegio, non un diritto.
 Potremmo riservare la carne per le poche occasioni speciali, come il Natale, e per il resto consumarla non più di una volta al mese.

Tutte le scuole dovrebbero portare i bambini a visitare fattorie di maiali o allevamenti di polli e mattatoi, dove dovrebbero poter vedere ogni tappa dello sgozzamento e del macello.
Questo suggerimento vi offende?
 Se si, chiedetevi a cosa siete contrari: la scelta consapevole o ciò che rivela?
 Se non sopportiamo vedere ciò che mangiamo, non è di certo vederlo ad essere sbagliato, ma mangiarlo.
George Monbiot 




NOTE 
1. Philip Lymbery with Isabel Oakeshott, 2014. Farmageddon: the true cost of cheap meat. Bloomsbury, London. 
5. Simon Fairlie, 2010. Meat: a Benign Extravagance. Permanent Publications, Hampshire. 
9. Simon Fairlie, 2010. Meat: a Benign Extravagance. Permanent Publications, Hampshire. 
10. George Monbiot, 2013. Feral: searching for enchantment on the frontiers of rewilding. Allen Lane, London. 
Traduzione a cura di HAJAR MOUNIR per www. comedonchisciotte.org

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