WALL STREET MOLLA L’ITALIA DI RENZI

WALL STREET MOLLA L’ITALIA DI RENZI

ITALIA? È TOSSICA! LE NOSTRE BANCHE STANNO PER ESPLODERE, DOPO DECENNI DI RUBERIE E MILIONI REGALATI AGLI AMICI DEGLI AMICI
ECCO QUAL’È LA REALE (E TRAGICA) SITUAZIONE
Wall Street Journal, le condizioni tossiche delle banche italiane: perché il Paese rischia il collasso
Una approfondita analisi sulle banche italiane, il cui esito è preoccupante. 
Un lungo articolo firmato da Simon Nixon sull’autorevole Wall Street Journal, articolo ripreso da Milano Finanza e quindi da Il Foglio, che fa luce su passato e futuro dei nostri istituti. 
L’analisi muove da una considerazione sulla Federal Reserve, la banca centrale Usa, e sul Quantitative easing, ossia l’immissione di liquidità nel sistema finanziario, lo “stampare moneta”. 
Una misura da più fronti auspicata anche in Europa: perché la Bce non polverizza i vincoli
per poi poter fare lo stesso?

 Nell’analisi ci si chiede se l’allentamento quantitativo, nell’Eurozona, potrebbe avere successo. Ed è qui che entra in gioco l’Italia, dove lo “stampare moneta” – un concetto semplicistico, ma che rende l’idea – assumerebbe le sembianze di un test cruciale.
 Già, perché nel Belpaese, la terza economia dell’Eurozona, il debito al 135% del Pil sta soffocando ogni possibilità di ripresa.
 Un contesto nel quale le condizioni del credito concesso dalle banche continuano a degradare: serve liquidità, dunque, serve “stampare moneta”.
La verità dei test - Tutto semplice, no?
 Non proprio. Perché come ricorda il Wsj, se la misura “può soccorrere l’Italia, allora potrà soccorrere l’Eurozona. 
Eppure è difficile vedere” cosa il quantitative easing possa fare per l’Italia.
 Perché?
 Perché il nostro sistema versa in condizioni “tossiche”. 
Le banche sono il principale canale attraverso il quale dovrebbe funzionare ogni stimolo monetario, ma proprio come lo Stato, i nostri istituti sono soffocati da debiti e prestiti: questi ultimi sono pari al 53% del Pil, più di Francia e Germania.
 I prestiti bancari, inoltre rappresentano il 40% delle passività finanziarie complessive. 
E i recenti stress test condotti dalla Bce non hanno fatto che confermare il segreto di Pulcinella: i nostri istituti sono i più deboli di Eurolandia.
 Una cifra, su tutte: le nostre banche hanno sottovalutato le sottovalutazioni di 13 miliardi di euro, mica bruscolini.
 Inoltre gli stress test hanno mostrato come il nostro sistema bancario, fino a poco tempo fa, era gravemente sottocapitalizzato e dunque limitato nella capacità di elargire credito. 
Ora, dal punto di vista della capitalizzazione, qualcosa si è mosso, ma dal punto di vista del credito si è mosso molto poco: i rubinetti, per dirla con la più abusata delle frasi, restano chiusi.

Problemi cronici - Già, perché il Wsj ricorda come un altro cronico problema delle nostre banche sia la redditività molto bassa, dovuta alle estese reti di filiali, ai grandi portafogli con basso margine, alla super-imposizione fiscale e al moloch della burocrazia che affossa il Paese. 
E poi la governance, il “governo” delle banche, altro quasi-unicum italiano: in generale sono controllate da fondazioni, da enti proni agli interessi politici locali. 
Si pensi, per esempio, a Mps: la fondazione deteneva il 30% della banca, quota precipitata al 2,5% dopo gli scandali. 
Un mutamento, quello di Mps, indotto dalla grande crisi, che sta cambiando la fisionomia degli istituti quotati in Borsa. 
Ma la rivoluzione, o più semplicemente il cambiamento, in Italia viaggia sempre col freno a mano tirato. 

Il Wsj cita l’esempio della Spagna, che “ha spazzato via regole analoghe (sulla governance, ndr) aprendo la strada a un necessario consolidamento”. 
Dunque l’avvertimento: “Finché l’Italia non adotterà simili riforme, un sistema bancario poco capitalizzato, appena profittevole, faticherà a fornire creditoall’economia, indipendentemente da quanti soldi la Bce potrà pompare nel sistema”.
Sforzi vani - Una frase, quest’ultima, che è la summa di tutto l’articolo, una frase che dà la cifra della – gravissima – situazione: o cambia qualcosa, e s’intende riforme (riforme vere) o ogni sforzo, compresi quelli di Mario Draghi, sarà vano. 
Dunque, niente credito, niente soldi, niente ripresa fino a un sostanziale collasso del sistema bancario e, a cascata, del Paese. 
Il Wsj propone poi alcune ricette che si concentrano sulla raccolta di liquidità da parte delle banche: bene aver goduto dei soldi della Bce, ma ora basta. 
Nessun istituto, si spiega, “vuole dipendere da Francoforte per finanziare le sue attività principali”. 

Per liberare il sistema bancario, italiano ed europeo, dalle sofferenze serve dunque un “efficiente regime di insolvenza che permetta alle aziende sane di ristrutturare velocemente il loro debito”.
Rivoluzione culturale - Il secondo requisito è la capacità di attrarre capitale di rischio: soldi freschi, asset nuovi.
 Ed è ancora sul capitale di rischio (equity finance) che cadono le banche italiane: il private equity, nel Belpaese, equivale allo 0,2% del Pil. 
Percentuali ridotte rispetto a quelle di Francia e Gran Bretagna. Ed è questo, insieme a tutti gli altri, l’altro, enorme, problema delle banche tricolore. 
Un dato che si deve leggere in controluce e che dimostra come la nostra economia sia dominata da piccole aziende famigliari con alta leva finanziaria, la maggior parte delle quali troppo indebitata per chiedere altre prestiti. 
Oltre al capitale bancario, dunque, manca quello societario.
 Un circolo vizioso che rischia di portarci al collasso: le imprese, come le banche e come il Paese. Il Wsj conclude caustico: all’Italia serve “una rivoluzione culturale”.

WALL STREET JOURNAL: ”L’ITALIA TOSSICA ATTRAVERSA FASE VELENOSA: CRESCITA DEBOLE, ALTO DEBITO”
(RENZI MOLLATO DAGLI USA)
NEW YORK – Il successo di un eventuale programma di acquisto di bond su larga scala, ‘quantitative easing’, da parte della Bce dipendera’ dall’Italia. 
È quanto scrive il Wall Street Journal, in una lunga analisi dal titolo: “L’Italia Tossica è il test cruciale del Qe” dopo i risultati degli stress test che hanno penalizzato il sistema bancario italiano.
Il quotidiano economico Usa sottolinea che la terza economia dell’eurozona attraversa una fase ”velenosa” con ”una debole crescita e un alto debito, pari al 135% del Pil, negli anni prima della crisi e’ cresciuta ad una media di meno dell’1% l’anno e ora sta scivolando in una nuova recessione, la terza in sei anni”.

Inoltre le ”condizioni del credito continuano a peggiorare”.
 E quindi, afferma il Wsj, “se il programma di Qe non riuscira’ a salvare l’Italia, non potra’ salvare l’Eurozona”. 
Per il quotidiano comunque il Qe non “potra’ risolvere” i problemi dell’economia italiana legati da piccole e medie imprese “altamente indebitate” e a controllo familiare. 
Una situazione che “richiede una rivoluzione culturale”.
Il giornale a stelle e strisce sottolinea il fatto che il sistema economico italiano e’ ‘bancocentrico’ ma gli stress test della Bce hanno ”confermato tutti i sospetti del mercato” ossia che e’ ”il piu’ debole” nell’eurozona, provocando ”particolare imbarazzo alla Banca d’Italia”.
Quindi, spiega il Wsj, il sistema bancario italiano ”almeno fino ad ora era limitato nella propria capacita’ di poter fornire credito all’economia reale”.
 
 Il quotidiano dubita pero’ che dopo l’esame della Bce i problemi del credito in Italia siano stati risolti perche’ i test di Francoforte hanno ”coinvolto solo 15 banche italiane su 680”. 
E quindi fino a quando l’Italia ”non riformera”’ il proprio sistema finanziario, ”come ha fatto la Spagna”, le banche continueranno ad avere ”difficolta’ nel far confluire il credito all’economia reale, a prescindere dall’ammontare di liquidita’ che la Bce mettera’ a disposizione”, spiega il Wsj, sottolineando che questo e’ solo una parte del problema, infatti difficolta’ esistono anche dal lato della raccolta.
Gli istituti di credito sono sotto pressione affinche’ riducano i propri bilanci ora molto dipendenti dalla liquidita’ Bce. 
Il programma Abs di Francoforte puo’ aiutare fino a un certo punto, secondo il quotidiano, ma la soluzione piu’ a lungo termine e’ quella di liberarsi dei 320 miliardi (lordi) di sofferenze pari al 16% degli impieghi.
 Condizioni necessarie per raggiungere questo obiettivo sono pero’ un efficiente quadro normativo che permetta di recuperare i debiti ristrutturati in un tempo breve mentre ora ci vogliono 7 anni e un flusso di capitale azionario che inietti fondi freschi nelle aziende sane e che compri le attivita’ che le banche devono dismettere. 
Attualmente pero’ le aziende italiane sono timorose a chiedere denaro a investitori esteri ma al tempo stesso questi sono a loro volta timorosi di esporsi al mercato italiano.
Questa analisi spietata del primo quotidiano economico e finanziario mondiale preannucia forti turbolenze sui mercati al riguardo dei titoli di stato italiani. 
Non c’è dubbio alcuno: i colossi finanziari d’oltre Oceano si preparano ad assaltare l’italietta renziana.

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