Ilva-1,2 miliardi per continuare a inquinare?

Ilva-1,2 miliardi per continuare a inquinare?

di Antonia Battaglia
A Taranto la situazione dell’Ilva continua a complicarsi notevolmente dal punto di vista legale, senza che nessun beneficio o cambiamento si possa intravedere nel futuro più o meno immediato della città. 
La scorsa settimana, il Tribunale di Milano ha accordato alla struttura di Commissariamento che gestisce l’Ilva l’uso delle somme poste sotto sequestro in procedimenti penali a carico di Emilio e Adriano Riva, per i reati contestati di truffa ai danni dello Stato e trasferimento fittizio di beni. 
Il gip D’Arcangelo, del tribunale di Milano, ha concesso il trasferimento del tesoro di 1,2 miliardi di euro all’azienda in forza di un decreto legislativo inizialmente emanato nel 2013 e poi modificato nel 2014.
Il Commissario Straordinario Piero Gnudi aveva infatti chiesto il trasferimento delle somme per realizzare, secondo quanto affermato, l'adeguamento dello stabilimento di Taranto alle prescrizioni del piano previsto dall'Autorizzazione integrata ambientale (Aia), per evitare che gli impianti continuassero ad inquinare.

Ma quelle somme liberate dal Tribunale di Milano sarebbero dovute rimanere ben protette a garanzia soprattutto del futuro di Taranto, per quando davvero le bonifiche fossero state progettate e avviate. 
Invece, il Tribunale di Milano ha trascurato il fatto che l’Ilva è un’azienda ancora privata e che, secondo il principio europeo della concorrenza leale, non si possono utilizzare fondi statali per le attività correnti di alcuna impresa.
 Si potrebbe configurare un aiuto di Stato nel momento in cui queste somme fossero confiscate e, a procedimento penale concluso, lo Stato non riuscisse più a recuperarle in quanto il Tribunale di Milano ha sostituito la garanzia monetaria in titoli derivanti dall’aumento del capitale di Ilva equivalente ai 1,2 miliardi trasferiti. 
Titoli che potrebbero perdere in futuro il loro valore iniziale. 
A quel punto, il Tribunale si troverebbe con un pugno di mosche in mano e la somma a garanzia dello Stato e delle bonifiche da condurre andrebbe persa. 

Peacelink non ha mancato di informare la Commissione Europea del fatto che la manovra in questione potrebbe configurarsi come aiuto di stato e che potrebbe ledere il diritto della città a un “risarcimento”. 
La Commissione sta investigando sul caso. 
Dove sono i progetti di bonifica di cui parla il Commissario Gnudi e per realizzare i quali ha necessità di quei fondi? 
E se, come si teme, le somme trasferite all’Ilva dovessero invece essere utilizzate per pagare le spese correnti di un’impresa che pare essere in crisi di liquidità, al fine di mandare avanti le attività in corso e quindi continuare a produrre inquinando? 
Accade quindi che l’azione del Tribunale di Milano vada contro quanto afferma il Gip Patrizia Todisco del Tribunale di Taranto, che qualche giorno fa ha scritto in una lettera alla Procura di Taranto che l’attività criminosa dello stabilimento continua in modo esattamente uguale a quanto accadeva in passato. 

Sembrerebbe che lo Stato blocchi lo Stato, così supportando le azioni del Governo. 
Milano sconfessa Taranto, dove si lotta quotidianamente non per la sopravvivenza di un’impresa ma per la vita degli operai e dei cittadini. 
Quali bonifiche vuole realizzare l’Ilva se gli impianti inquinanti sono ancora in funzione?
E che status ha l'azienda al momento attuale?
 E' un'impresa privata mandata avanti con fondi che sarebbero potuti diventare pubblici? Ma sarà venduta, perché le trattative e le dichiarazioni dei gruppi interessati sono palesi. 
La lettera del Gip Todisco alla Procura, supportata dalle relazioni dei tre custodi giudiziari (nominati dopo il sequestro dell’area a caldo nel luglio 2012), sottolinea che l’impatto nefasto sulla salute pubblica causato dalla prosecuzione dell’attività dello stabilimento non si è mai arrestato. 

I custodi giudiziari affermano che il 75% degli interventi ambientali di cui parla il Commissario Gnudi non è riscontrabile nello stabilimento, e che comunque si tratterebbe di interventi che non hanno il potere di limitare in modo certo gli effetti negativi delle emissioni sulla popolazione e sull’ambiente. 
Intanto Gnudi, parlando in commissione bicamerale sulle ecomafie, ha detto che qualsiasi offerta di acquisto dello stabilimento sarà vagliata alla luce degli impegni che i gruppi interessati prenderanno nei confronti dell’ambiente e dell’occupazione. 
La frase scatena ilarità. 
A Renzi, che era atteso la settimana prossima a Taranto ma che pare aver annullato la visita, occorre dire che non è questa la strada per uscire dall’impasse. 
Il Governo sta sbagliando strategia. 
 
Non si può continuare a condannare a morte una popolazione intera in attesa di non si sa bene cosa, celandosi dietro scuse emergenti di volta in volta.
 Lo stabilimento di Taranto è obsoleto, pericoloso, non in regola, non risponde più ad alcuna legge europea (quelle nazionali le modificano ad hoc quindi non fanno più testo).

 Impresa e occupazione devono andare di pari passo con innovazione e futuro: lo stabilimento così com’è inquina e provoca malattia e morte (lo dicono le perizie del Tribunale) e a Taranto non ci sono alternative all’Ilva. 
Va creato un piano d’emergenza per mettere fine alla situazione attuale, impiegando gli operai nelle bonifiche e valutando un ambizioso progetto di riconversione e di sviluppo economico e sociale di tutta l’area.

Non si attenda più. 
Non fa certo onore al primo articolo della Costituzione mandare gli operai a lavorare con la condizionale della malattia. 
Hanno diritto a un lavoro sicuro e Taranto ha diritto a non esser più presa in giro. 
Facciamo parte di una Repubblica democratica, fondata sul lavoro, dove la sovranità appartiene al popolo. 
E’ ora di ricordarlo.

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