Contro la bestia che è lo Stato

Contro la bestia che è lo Stato

Lo Stato non ti vuole uomo, infatti, ma bambino – o, al più, docile scimmia (chi è comandato vuole sempre comandare). 
Vuole un eterno bambino capriccioso a cui rifilare l'idea di mercato del momento per la pacca sulla spalla del banchiere o del massone; dalla nuova macchina, alla casa, al frigo, alla borsa, alla vacanza; vuole un sonnambulo a cui far pagare la tassa per ripagare la propria scorta – perchè, de facto, quali servizi rende lo Stato in cambio di tutto ciò che noi gli diamo (ossia la nostra stessa esistenza)?
 LORENZO LIPPARELLI -

“Stato si chiama il più freddo di tutti i mostri. 
Ed è freddo anche nel suo mentire; e dalla sua bocca striscia questa menzogna: “Io, lo Stato, sono il popolo”
Cosi parlo Zarathustra, Friedrich Nietzsche
Lo Stato di fatto è un apparato estraneo al popolo, l’ennesimo strumento di controllo, più
subdolo e meschino dei precedenti. 
Una casta oligarchica che si definisce popolo – almeno finché quest’ultimo non avrà la forza di controbatterne l’ipocrisia; da borghesi e ‘intellettuali’ a politici e giuristi (massoni fissi) ha mutato forma sino ad assolutizzarsi come vera divinità sociale. 
De facto i principi illuministici prodotti dai secoli delle repressioni religiose sono stati completamente disattesi; lo Stato separatista, autocefalo, dei “diritti umani” settecenteschi è divenuto oggi mero strumento del Potere.
 Ma la mostruosità sta proprio nell’essere un ibrido, un invertebrato che non ha nomi o indirizzi; lo Stato è tutti, e quindi nessuno – ma agisce per tutti!

È un dogma, una convenzione, un limite, un artificio generato da determinate circostanze storiche senza alcuna vera identità (lo Stato non siamo noi) o scopo ultimo se non quello di addormentare coscienza e sterilizzare volontà per la propria autoconservazione. 
Cos’è lo Stato infine?
 Lo percepisci ma non lo tocchi, è un concetto astratto che si concretizza come coercizione, fisica o mentale che sia. 
E anzi forse peggio: colpisce sia l’organizzazione sociale e con questa tutto ciò che ne scaturisce (formazione intellettuale, fisica, e psicologica) sia l’ambito “religioso”. Proclamando la propria estraneità in tal guisa (laicità), e scudisciato, come servo medioevale, dal cocchiere capitalista, ne promuove così l’atrofizzazione.
 Se per millenni sono state inoculate tra le concezioni più menzognere della manifestazione divina, usurata da ambizioni e vanità paragonabili a sedicente teatralità (“Dio è morto! Dio resta morto e noi l’abbiamo ucciso!”) oggi si è giunti alla totale indifferenza – e anzi al ripudio dell’essere per l’ingordigia dell’avere!

Quando mai lo Stato parla di volontà di creare? 
Di coscienza, anima o di spirito? 
Lui risponde “che ognuno se lo crei, il suo Dio, a me non interessa”, ma in verità se ne interessa e come; è lui stesso l’ingegnere (altri gli architetti) che organizza “il mal vivere” della società – opposto, forse per caso, al “bel vivere” della comunità greca – è lui stesso che crea la realtà sociale svirilizzata, rassegnata, ma poi se ne lava le mani, distinto, freddo. 
La conseguenza è una popolazione resa passiva, omissiva, devitalizzata, che non sa quando e con chi prendersela se non con i vicini o con i parenti. 
La bestia al grido della sua sacra laicità, semplicemente vuole nascondere la propria, viscerale, matrice ateista – ottima per la realizzazione del pensiero unico. 
In quale Dio crede lo Stato se non in quello del vile compromesso o del ricatto? 
Lo Stato crede nel suo Dio, e il suo Dio è lui stesso: “Sulla Terra non c’è nulla di più grande di me: io sono il dito ordinatore di Dio – così strepita la bestia.”
 scriveva Nietzsche.

E’ stata creata una prigione che non ha sbarre, né odori o colori, a differenza del passato molto più angusta; una prigione per la nostra potenza o volontà: dall’asilo alle università (“Che a ognuno sia permesso d’imparare a leggere e scrivere a lungo andare guasta non solo a scrivere ma anche il pensare” Nietzsche) ci istruiscono, alfabetizzano per standardizzarci allo status quo, inermi alla lenta, inesorabile, conservazione del sistema; ci delinquono il libero arbitrio sott’inganno, ci plasmano un mondo disumano, finto, frivolo, senza mete, senza obiettivi comuni e ce lo fanno eseguire come burattini – che senso ha dunque lo Stato? Che limiti, oltre a miseri economici-capitalistici, oltre al 0.2 % di crescita, propone di abbattere? 
Limiti inerenti all’uomo, alla sua evoluzione e prosperità? 
E non è forse l’uomo il mezzo con il quale abbattere limiti e resistenze? – 
“l’uomo è qualcosa che deve essere superato” solennizzava l’apolide.
Lo Stato non ti vuole uomo, infatti, ma bambino – o, al più, docile scimmia (chi è comandato vuole sempre comandare). 
Vuole un eterno bambino capriccioso a cui rifilare l’idea di mercato del momento per la pacca sulla spalla del banchiere o del massone; dalla nuova macchina, alla casa, al frigo, alla borsa, alla vacanza; vuole un sonnambulo a cui far pagare la tassa per ripagare la propria scorta – perchè, de facto, quali servizi rende lo Stato in cambio di tutto ciò che noi gli diamo (ossia la nostra stessa esistenza)?

 La casa non te la da e devi sputare sangue e sudore, e poi pagargli pure il tributo; i servizi fondamentali vanno comunque pagati ai privati – oltre le tasse. 
Infatti per cosa si pagano? – (luce, gas, acqua, e comunicazioni di tutti i tipi); se sei, per esempio, un disabile a cui necessita una protesi e hai pochi soldi ti tieni quella di legno perchè l’ultima uscita costa 50’000 e non te la puoi permettere; se vieni colpito da disastri ambientali prima ti spali il fango poi paghi la tassa e poi pure la mora per il ritardo! 
e se vieni ucciso? 
(e non ci si riferisce ai soli casi Cucchi, perchè lo Stato Italiano vanta spari sulle folle, stragi, ecc.), resti un contribuente in meno.
Lo Stato rappresentandosi come tutore e curatore del capitalismo, come suo rivenditore senza etichetta, tende così ad omogeneizzare; come volesse creare un’immensa metropolitana dei balocchi pinocchiesca, sollazzandosi poi, alla vista di tali masse che proliferano gementi la propria asineria. 

Ecco che fagocitato dalla bestia l’uomo diventa anch’esso un “ibrido tra pianta e fantasma” (Nietzsche), un ufficiale cittadino, inorgoglito da stemmi, diritti e doveri ma devitalizzato, schiavizzato, asessuato; un codice fiscale o di matricola, uno spaventa passeri, non più uomo carne, ossa, ventre e anima. 
Un numero iscritto a decine di istituti e istituzioni che lo lanceranno in un girovagare perpetuo, sommesso e crucciato, tra carte, timbri, permessi e documenti che gli ruberanno l’unica esistenza donatagli – un nuovo lavoratore-subordinato dell’azienda; come le banche son strozzini istituzionalizzati, gli Stati altro non sono che aziende legalizzate. 
E dunque sinché una tal bestia transeunte e maleodorante continuerà a comandarci a poco serviranno elezioni e manifestazioni di ogni genere – è la bestia che serve a noi, o noi che serviamo a lei? 
Se è, come è, giusta la seconda, la scelta spetta dunque a noi, al popolo.
Ma siamo un popolo? 
O, perlomeno, vogliamo diventarlo?

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