Ichino e la crociata contro i diritti dei lavoratori

Ichino e la crociata contro i diritti dei lavoratori

di Renato Fioretti
Discutendo di farmacologia, è lecito nutrire (almeno) qualche perplessità rispetto al fatto che “Tutto quello che non fa male, fa bene al malato”.
 Così come al lettore è consentito dubitare che risponda a verità quanto sostenuto da Steven Johnson: “Tutto quello che fa male, ti fa bene”.
E’, invece, certamente vero (e documentato dalle sue scelte) che tutto quello che va bene a Pietro Ichino, fa molto male ai lavoratori e – direttamente o indirettamente – concorre alla tutela d’interessi più affini alle parti datoriali!
Sarebbe superfluo riportare “nel merito” – anche in questa sede – tutte le occasioni in cui è stato possibile verificarlo; è sufficiente segnalare solo alcuni dei suoi famigerati “cavalli di battaglia” – talvolta usati come a Troia – per, a suo dire, rendere “leggibile” e, soprattutto,
“traducibile” in inglese il Diritto del lavoro italiano.

In questo senso, per restare agli ultimi mesi, valgano gli esempi del suo strenuo impegno per avviare il c.d. “Contratto a tutele crescenti”, e l’introduzione, anche nel nostro Paese, del “Salario minimo legale” (versione Usa).
Senza dimenticare l’ostinata determinazione che, da anni, caratterizza la sua personale “crociata” per l’effettiva abrogazione dell’art. 18 dello Statuto.
Al riguardo, ancora in questi giorni – non contento di quanto già realizzato dalla c.d. legge “Fornero”, con il sostanziale superamento del “reintegro” per “giusta causa” – l’ex senatore Pd insiste affinché, in caso di licenziamento per ragioni disciplinari giudicato “illegittimo”, il datore di lavoro possa optare per un indennizzo, piuttosto che reintegrare nell’organico il lavoratore.

Ora è il turno del trattamento di fine rapporto (Tfr).
La cosa risibile, se non fosse ormai “tragica”, è che, ancora una volta – anche nelle disposizioni relative al Tfr – Ichino intravede l’ennesimo errore del Legislatore nazionale “di turno”.
 A partire dal fatto che esso rappresenta una forma di risparmio obbligatorio a carico del lavoro dipendente, che esiste solo in Italia.
Siamo alle solite: evidentemente un diritto riconosciuto ai soli lavoratori italiani, non può – per definizione – non avere che un carattere negativo; come la “reintegra” dell’art. 18. Con buona pace, estremizzando, di quello che ha rappresentato (e rappresenta) nella cultura giuridica il Diritto romano.
Che errore studiare, in tutte le Università del mondo, qualcosa presente solo a Roma!

Tornando alle cose serie: non c’è dubbio che nel nostro Paese sia necessario che riparta l’economia.
Quello che appare meno incontrovertibile è che tale meccanismo virtuoso debba essere avviato dai lavoratori subordinati – perché solo di questi parliamo e non dell’intera collettività – rinunciando a quella che tutti gli economisti hanno sempre riconosciuto essere una peculiarità positiva: “la propensione al risparmio delle famiglie italiane”!
In questa occasione, Ichino, a sostegno del trasferimento del Tfr in busta paga – al fine di promuovere la propensione ai consumi – si richiama, addirittura, al principio europeo della “libera concorrenza” nel mercato dei capitali affinché i lavoratori siano liberi di investire i propri soldi come più gli aggrada (!). 
Ecco il “Cavallo di Troia”!

Quindi in spesa corrente, piuttosto che accantonamento (per legge) di salario.
A differenza di Ichino, penso che non vi sia stato nulla di paternalistico nell’avere, all’epoca, trasformato la c.d. indennità di anzianità in retribuzione differita che, in quanto tale, è stata – almeno fino a oggi – non soggetta alle mutevoli logiche della contrattazione tra le parti.
Al riguardo, se solo immagino i foschi presagi che si addensano sul futuro dei diritti e delle tutele dei lavoratori italiani – con il sostanziale superamento dell’art. 18, la sostituzione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato con il Contratto a tutele crescenti (senza art. 18) di Ichino, l’introduzione del salario minimo legale (per arrivare definitivamente, nel tempo, alla disdetta dei Ccnl a favore del “minimo legale”) e la definitiva affermazione della “precarietà” quale caratteristica comune (obtorto collo) a tutte le prestazioni lavorative – difenderei “con le unghie e con i denti” quella che, purtroppo per Ichino, anche se senza riscontro in Europa, continua a rappresentare una conquista dei lavoratori italiani!

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