L’articolo 18, la moderazione salariale e la recessione

L’articolo 18, la moderazione salariale e la recessione

La definitiva abolizione dell’art.18 è destinata a intensificare la recessione. L’ulteriore indebolimento del potere contrattuale dei lavoratori, riducendo i salari, accentua il circolo vizioso che va dalla compressione della domanda interna alla caduta dell’occupazione e del tasso di crescita della produttività del lavoro. L’evidenza empirica smentisce la convinzione secondo la quale la moderazione salariale favorisce l’aumento delle esportazioni e, per questa via,
l’aumento dell’occupazione. 
di Guglielmo Forges Davanzati 
“Quanto più la depressione procede e con essa si accentua il disagio dei capitalisti, tanto più veemente si fa la reazione di questi contro gli operai, la resistenza alle loro pretese, la riduzione violenta dei salari” (Achille Loria, 1899). 
Non è l’art.18 dello Statuto dei Lavoratori a frenare la crescita economica in Italia e a tenere alto il tasso di disoccupazione. 
Non lo è perché la sua applicazione interessa una platea ristretta di lavoratori e perché è già stato, di fatto, superato con la c.d. riforma Fornero; non lo è perché le scelte di assunzione delle imprese non sono motivate da presunte ‘rigidità’ della normativa a tutela dei lavoratori, ma semmai dalle aspettative di profitto (e, dunque, dalla dinamica della domanda aggregata); non lo è – soprattutto – perché è ormai ampiamente provato che non è la deregolamentazione del mercato del lavoro ad accrescere l’occupazione. 
Per contro, vi è ampia evidenza empirica che mostra che all’aumentare della flessibilità del lavoro – misurata dall’EPL (Employment protection legislation) – l’occupazione non aumenta. Ancora più certo, sul piano empirico, è il fatto che la flessibilità riduce i salari. 
In una fase di intensa e prolungata recessione, è davvero ardua impresa provare ad uscirne sottraendo diritti ai lavoratori.
 Anzi: l’eventuale definitiva abolizione dell’art.18 non avrebbe altri effetti se non ridurre ulteriormente il potere contrattuale dei lavoratori, con conseguente ulteriore compressione dei salari, dei consumi e della domanda interna.
 La sola ratio economica che può motivare questa misura risiede nella convinzione – propria della Commissione Europea – in base alla quale la fuoruscita della crisi si rende possibile solo accrescendo la competitività sui mercati internazionali.
 Secondo una sequenza che va dalla riduzione dei salari alla riduzione dei prezzi, all’aumento delle esportazioni, all’aumento dei profitti delle imprese esportatrici, al reinvestimento dei profitti e all’aumento dell’occupazione interna

Uno studio recente della Commissione Europea, dal titolo “Labour costs pass-through, profits and rebalancing in vulnerable Member States”, sembra, tuttavia, almeno parzialmente smentire l’opinione dominante (e quella della Commissione stessa), ponendo in evidenza che, in particolare nei c.d. Paesi periferici dell’eurozona (Italia inclusa), le politiche di deflazione salariale hanno generato il solo effetto di accrescere i margini di profitto, con risultati pressoché insignificanti sull’andamento delle partite correnti.
 La Commissione Europea imputa questo effetto all’eccessiva tassazione degli utili d’impresa, che impedirebbe più rilevanti contrazioni dei prezzi dei beni esportati. 
L’Istat rileva un miglioramento del saldo delle partite correnti, a fronte di un aumento del tasso di disoccupazione di circa due punti percentuali nel trascorso biennio e di una flessione delle ore lavorate, attestando che non vi è alcun automatismo che garantisce che un incremento di esportazioni si traduca in un aumento dell’occupazione interna. 
Il punto in discussione è se la riduzione dei salari monetari implichi la riduzione del costo del lavoro per unità di prodotto (il rapporto fra salario e produttività del lavoro), dal momento che la competitività può aumentare solo a condizione che, a fronte di una riduzione dei salari, la produttività cresca o almeno rimanga costante, a parità di tasso di cambio. Ma, quantomeno nel caso italiano, le cose non stanno così.
 Da almeno un decennio, l’economia italiana sperimenta, contestualmente, una rilevante contrazione della quota dei salari sul Pil e un’altrettanto rilevante riduzione del tasso di crescita della produttività del lavoro. 
L’ultimo Rapporto Eurostat certifica che, nell’ultimo trimestre del 2013, il costo del lavoro in Italia è ulteriormente aumentato (1,1%), a fronte del fatto che la dinamica delle retribuzioni si è mantenuta al di sotto della media europea (+1,4% in Italia, +1,6% nell’Ue). 
La dinamica dei salari e quella della produttività sono strettamente connesse, sia per ragioni che attengono all’assetto tecnico con il quale le imprese operano, sia per ragioni che riguardano le reazioni dei lavoratori alla variazione dei salari. 
1) La riduzione dei salari (e del costo di tutela dei diritti dei lavoratori da parte delle imprese) pone le imprese nella condizione di competere comprimendo i costi e, per questa via, disincentiva l’introduzione di innovazioni, con effetti di segno negativo sul tasso di crescita della produttività.
 I seguenti ulteriori meccanismi amplificano questa dinamica. 
Primo: la riduzione della domanda interna (imputabile, in primis, alla caduta dei salari e, dunque, dei consumi), in quanto riduce i mercati di sbocco, riduce i profitti monetari, a danno innanzitutto delle imprese che operano sul mercato interno. 
Secondo: la riduzione dei profitti monetari riduce le fonti di autofinanziamento delle imprese e, soprattutto in un contesto di restrizione del credito, le pone nelle condizioni di non poter investire e, dunque, di non poter accrescere le loro dimensioni. 
Terzo: poiché all’aumentare delle dimensioni d’impresa, per l’operare di rendimenti crescenti, la produttività del lavoro aumenta, da ciò segue che la riduzione della domanda ha effetti negativi non solo in via diretta sull’occupazione, ma anche in via indiretta, “dal lato dell’offerta”, sulla tasso di crescita produttività.
Come documentato dall’Istat, il grado di internazionalizzazione delle imprese italiane è relativamente basso e, soprattutto, le imprese italiane presenti sui mercati internazionali sono quasi esclusivamente imprese di grandi dimensioni. 
Il che evidenzia il fatto che politiche che non favoriscono la crescita dimensionale delle imprese sono destinate a controbilanciare il possibile (e incerto) effetto di aumento delle esportazioni derivante dalla moderazione salariale. 

2) La riduzione dei salari e la compressione dei diritti dei lavoratori tende ad associarsi a una bassa dinamica della produttività del lavoro. 
L’evidenza empirica, con riferimento all’Italia, mostra che quanto più si è reso flessibile il mercato del lavoro, tanto più si è registrato un rallentamento del tasso di crescita della produttività. 
Come è stato rilevato, infatti, il tasso di crescita della produttività del lavoro ha cominciato a ridursi in modo rilevante proprio a seguito dell’approvazione del c.d. pacchetto Treu e della c.d. Legge Biagi.
 E’ verosimile che ciò sia dipeso, oltre che dalla modesta dinamica degli investimenti e dalla sostanziale assenza di innovazioni, dal verificarsi di un effetto di ‘scoraggiamento’. 
Effetto a sua volta derivante dalla bassa gratificazione derivante dal lavorare in condizioni precarie e con sottoutilizzazione del capitale umano, e dalla bassa probabilità di trovare impiego in caso di licenziamento. 
In tal senso, le politiche di deregolamentazione del contratto di lavoro (e la connessa maggiore libertà di licenziamento), combinate con il peggioramento delle condizioni di lavoro e la scarsa valorizzazione delle competenze, hanno contribuito a ridurre l’impegno lavorativo e, per conseguenza, la produttività. 
Si osservi che si tratta di un fenomeno soggetto a irreversibilità, dal momento che la riduzione dei salari deteriora la qualità della forza-lavoro in un orizzonte di lungo periodo. 
Più bassi salari oggi implicano, infatti, minori possibilità di spese per istruzione, sanità, riduzione del tasso di natalità (e conseguente invecchiamento della popolazione), con effetti di segno negativo sulla produttività futura. In altri termini, l’indebolimento del potere contrattuale dei lavoratori, mentre può risultare conveniente per la singola impresa e nel breve periodo, risulta controproducente per la collettività delle imprese, e risulta controproducente nel lungo periodo. 
Non solo per le imprese, ma anche, e soprattutto, per le prospettive di crescita dell’economia italiana. 

http://temi.repubblica.it/micromega-online/l%E2%80%99articolo-18-la-moderazione-salariale-e-la-recessione/
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