Sentenza storica, assolto da accusa di spaccio: "Fuma erba per curarsi"

Sentenza storica, assolto da accusa di spaccio: "Fuma erba per curarsi"

A casa di Michele due agenti trovano due piante di marijuana che lui fuma "perché affetto da problemi psichiatrici".
 Accusato di spaccio, viene assolto in primo grado. 
E' la prima volta in Italia che un giudice riconosce la cannabis come "terapia"
 Michele ha vinto la sua battaglia "per la libertà di cura".
Rischiava fino a vent'anni di carcere per coltivazione e detenzione di marijuana a fini di spaccio. 
Ma in realtà lui, ragazzo di 25 anni, coltivava erba per poter curare i suoi problemi psichiatrici. 
Affetto da depressione, aveva anche tentato il suicidio più volte.
Una sentenza storica perché è la prima volta che succede in Italia.
 Un risultato che sarà utile anche per coloro che si trovano nella stessa condizione di Michele.
 In ogni caso fino al 17 aprile, giorno in cui è uscita la sentenza del suo caso, la sua quotidianità non è stata semplice.
Per tre anni Michele è stato in cura portando avanti una terapia farmacologia prescritta per la sua patologia.
 "Io sono, come si dice in gergo, pluritentato suicida.
 Gli psicofarmaci mi facevano diventare un vegetale e non mi è mai piaciuto perdere il controllo. 
Mi sentivo sedato da Valium, Seroquel, Tranquirit, Entact e altro ancora.
 Per questo ho deciso di curarmi così" ci spiega. 
Una decisione ponderata, dopo tanto tempo passato a informarsi e a parlare con esperti. 
Non a caso in casa sua c'era un tipo di marijuana specifica, la "cannabis indica", quella utilizzata proprio per lo scopo terapeutico.
I miglioramenti di Michele sono sotto gli occhi di tutti finché il 5 gennaio, alle 9, la polizia irrompe in casa sua. 
La porta del suo appartamento era stata lasciata aperta e una vicina, convinta che fossero entrati dei ladri, aveva chiamato gli agenti. 
I due poliziotti trovano in un armadio un impianto artigianale per coltivare marijuana.
 In tutto ci sono due piante. 
Michele si sente in buona fede: 
"Fumo per rilassarmi, sono un malato psichico” e anche la sua cartella clinica conferma quello che dice.
Ma i documenti non bastano: viene portato in questura e rimane in cella in stato di fermo per 48 ore.
 Con la notte arrivano anche i primi attacchi di panico.
 In quei momenti non ha con sé le medicine, non può chiamare lo psicologo. Poco dopo il giudice convalida l’arresto ma non dispone le misure cautelari. Così Michele torna libero ma deve affrontare un processo con l'accusa di coltivazione e detenzione a fini di spaccio, rischiando da 6 a 20 anni di carcere.
Solo dopo più di quattro mesi la buona notizia: Michele è assolto in primo grado.
 La documentazione fornita ha mostrato come i suoi fini fossero l'uso personale e medico. 
La perizia tossicologica, richiesta dall'avvocato difensore, ha confermato quanto riportato dalla sua cartella clinica.
 "Spero che la mia esperienza possa essere d'aiuto. 
Il diritto alla salute non si può negare a nessuno, si avvicina al diritto alla vita. E' vero e proprio rispetto per l'essere umano.
 La libertà di scelta e di cura sono sacrosante. 
Lo dico per chi è affetto da patologie come sclerosi multipla o Sla e per chi, come me, è affetto da patologie psichiatriche". 
Tra novanta giorni verranno rese pubbliche le motivazioni della sentenza, una delle prime dopo che la Fini-Giovanardi è stata dichiarata incostituzionale dalla Cassazione.

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