Riforme, Zagrebelsky: “Non ci mettiamo in gioco? Il premier ci ascolti, ho una proposta”

Riforme, Zagrebelsky: “Non ci mettiamo in gioco? Il premier ci ascolti, ho una proposta”

intervista a Gustavo Zagrebelsky 
di Jacopo Iacobon
«La critica di Rusconi, tanto amichevole quanto severa, mi ha fatto molto riflettere».
 Pranzo a menu fisso col «professorone», 22 euro in due: arriviamo alla piola del cinema, due passi dietro il bellissimo campus di giurisprudenza a Torino, passeggiando lungo la Dora e parlando di tutto, da Renzi a Grillo alle riforme e ai «parrucconi».
Cosa l’ha fatta riflettere delle parole di Rusconi, professore?
«In primo luogo la contrapposizione tra le nuove generazioni, che hanno “una gran voglia di cambiare”, e noi vecchi. 
Rusconi su questo ha ragione».
In che senso?
«Esiste, nella contrapposizione, un elemento di biologia fisiologica. 
Viene un momento in cui i giovani dicono che tocca a loro, e noi siamo una palla al piede.
 Sotto certi aspetti questo è positivo.
 Tuttavia se è vero che l’insofferenza dei giovani ha il suo fondamento in un istinto vitale, non vuol dire che i vecchi debbano tacere, o peggio mettersi a fare i giovani.
 Il giovanilismo dei vecchi è una delle cose più disgustose.
 Ognuno faccia la sua parte».
La vostra è quella dei professoroni? 
Lei si sente un professorone?
«Ma è una parola di scherno. 
Ci gonfiano per poterci umiliare e cantar vittoria. 
Sono e mi sento un professore.
 Il mio habitat è l’Università, a contatto con gli studenti. 
Varie volte mi sono state offerte candidature.
 Ho sempre rifiutato perché la politica non fa per me.
 È cosa molto seria, e bisogna averne la vocazione. 
L’unico potere, per quelli come me o Rodotà, è dire ciò che si pensa. 
Mentre il dovere di un politico è ascoltare tutti; poi naturalmente tocca a lui decidere».
Renzi non ascolta? 
L’ha incontrato?
«Due volte, non recentemente. 
Un paio di anni fa Carlin Petrini organizzò una cerimonia a Pollenzo, il conferimento delle lauree ai suoi studenti. 
C’eravamo Lella Costa, io e, per l’appunto, lui, chiamati a rievocare la giornata della nostra laurea.
 Lo conobbi come un ragazzo brillante, nel quale, allora, non avrei immaginato la vena di una certa presunzione che mi pare emerga ora e si manifesta con battute e frasi fatte al posto di argomenti».
In che senso presunzione?
«La presunzione consiste nella chiusura a ogni discussione, un atteggiamento che presuppone il possesso del criterio del bene e del male. 
Se ci fossero canali aperti di confronto, si farebbe tutti più strada: tutti, come si conviene in materia di Costituzione. 
Ma questo presupporrebbe una cosa, che manca, come ha detto Massimo Cacciari: la chiarezza d’un disegno generale del quale discutere».
Davvero siete convinti che ci sia una svolta autoritaria in Italia?
«La svolta autoritaria non è la riforma del Senato, un obiettivo marginale.
 E’ un insieme di elementi che formano un quadro inquietante: la riduzione del Senato a un ibrido non politico; una legge elettorale che comprime il pluralismo con “soglie” assurde; deputati nominati dalle segreterie che faticano a mostrare la loro libertà di rappresentanti; il crollo dei partiti da cui emerge solo la leadership personale; una riforma strisciante, ma non dichiarata, della forma di governo; il rifiuto altezzoso delle mediazioni sociali, sostituite dalla presunta immedesimazione popolare.
 Ce n’è abbastanza, tanto più che la chiusura degli spazi della democrazia corrisponde a richieste d’interessi esterni, che passano sopra la nostra testa».
La critica che vi fa Rusconi è: perché non vi mettete in gioco? Magari per migliorare le riforme di Renzi.
«Vuol dire che non siamo propositivi?
 Ecco la mia proposta: dimezzamento dei deputati; due senatori per regione, eletti direttamente tra persone con cursus honorum rispettabile; durata fissa e lunga senza rieleggibilità; poteri rivolti a contrastare la tendenza allo spreco di risorse comuni; controllo sulle nomine pubbliche e d’indagine sui fatti e sulle strutture della corruzione.
 C’è bisogno d’un organo che abbia lo sguardo lungo e, perciò, non sia sotto la pressione, o il ricatto, delle nuove elezioni».
Perché l’idea di Renzi non funziona?
«Scaricare integralmente l’avvio dell’iter legislativo sulla Camera ingolferebbe Montecitorio. Cambia, senza dirlo, l’articolo 138, che prevede due camere elettive nel processo di revisione della Costituzione. 
Crea un’assemblea eterogenea di amministratori di diverso livello e di uomini illustri non meglio qualificati».
Sareste disposti a dialogare anche voi con Renzi? 
L’appello non è una forma un po’ vecchia?
«Ma chi ce lo chiede? 
Forse l’appello è stato tranchant, ma quali altri strumenti vede oltre l’appello? Il problema, dico a Rusconi, è che l’unico modo di mettersi in gioco, per Renzi, sembra essere quello di dire sì a Renzi.
 C’è un calcolo politico: se realizza le riforme lui sarà il riformatore; se non le realizza, si sarà creato un capro espiatorio, il nemico interno, il sabotatore: “non sono riuscito a causa loro” e la riforma apparirà ancor più ineludibile».
E Napolitano? 
Raccontano che alcune vostre preoccupazioni siano anche le sue.
«Mi limito a dire che chi apre la porta a questa riforma si assume una grande responsabilità per il futuro».
Ci dica infine una cosa: ha notato che si è parlato tanto del vostro appello solo quando l’ha firmato Grillo?
«Spesso mi chiedono se sono in imbarazzo per questo.
 Ma perché dovrei esserlo? 
In questo atteggiamento vedo un elemento d’intolleranza. 
Se qualcuno condivide le nostre posizioni è un bene.
 Per tutto il resto, vedremo».


http://temi.repubblica.it/micromega-online/riforme-zagrebelsky-%E2%80%9Cnon-ci-mettiamo-in-gioco-il-premier-ci-ascolti-ho-una-proposta%E2%80%9D/
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