Riforme, l’insofferenza ai critici e le colpe degli intellettuali

Riforme, l’insofferenza ai critici e le colpe degli intellettuali

di Roberta De Monticelli
A proposito della presa di posizione pubblicata qualche giorno fa sul sito di “Libertà e giustizia” ( liberta e  giustizia.it  ). Che non è un partito politico, ma raccoglie persone che intendono la cittadinanza come un impegno attivo, e non limitato al momento del voto. Un esercizio di attenzione e di riflessione critica, quindi di partecipazione allo “spazio delle ragioni”, o del dibattito pubblico – anche se sempre meno voci hanno “le ragioni” rispetto alle urla, agli slogan, ai match di pugilato televisivo o ai cinguettii. 
Chi assume questo impegno concepisce la democrazia come il regime politico in cui – in ultima analisi – la difesa della giustizia è affidata ai cittadini. Se la sovranità appartiene al popolo, punto, non c’è risposta alla domanda: chi difende la democrazia se il popolo decide democraticamente di sopprimerla? C’è solo un insieme di “forme e limiti” all’esercizio di questa sovranità, organi
di rappresentanza, poteri distinti, equilibri e contrappesi, una Costituzione. Ma nessuno di queste forme e limiti è sacro e intangibile, e quello che è intangibile – la parte immodificabile della Costituzione – non ha di per sé efficacia sulle norme vigenti e sulla loro modificazione. Non vive quindi che nella voce dei cittadini, o meglio in quello strato della loro partecipazione che non è propriamente “politica”, ma “prepolitica”, non esprimendo interessi parziali, ma la cornice ideale di qualunque progetto politico. Perciò una filosofa ha scritto che la sovranità della sovranità è la giustizia. O, che è lo stesso, l’insieme dei valori che questa implica e che la nostra Costituzione riconosce. Ma questa giustizia è indubbiamente affidata ai cittadini: a questo livello la cittadinanza attiva è espressione di idealità, non di interessi. E cioè di quell’eccedenza dell’ideale sul fatto e sulla forza, senza la quale non esisterebbe un miracolo come il governo della legge, in quanto opposto all’arbitrio di questo o quell’uomo o gruppo di potere. Fra questi valori ce ne è uno, tanto fondamentale da essere quasi il presupposto di tutti gli altri: la fiducia. 
Debbo potermi fidare di chi decide, in nome mio e degli altri, la modifica “delle forme e dei limiti” entro cui si svolge il nostro esercizio di sovranità. Senza questa fiducia, e la correlativa affidabilità, semplicemente non esiste una Repubblica, ma appunto e di nuovo solo una forzosa convivenza e una infida sudditanza. Ma nessuna simile fiducia può essere accordata non dico a un uomo, ma a un governo come tale, dove si tratti di cambiare, non in funzione propria ma per il bene di tutti noi, le regole stesse della della rappresentanza o della divisione dei poteri. E proprio contro la riduzione di rappresentanza ha argomentato Rodotà da par suo (Bersaglio mobile, 5 aprile). Oggi, ha sottolineato Zagrebelsky (intervista a Piazza Pulita, 31 marzo), è tutto un sistema che si tocca – pezzo a pezzo – senza un apparente disegno unitario e coerente. E infatti pare che occorrerà modificare qualcosa come 80 articoli della Costituzione (intervista a Sandra Bonsanti, Corriere della Sera 2/4/14). Questo vuol dire riscriverla, la Costituzione. Benissimo: Calamandrei non avrebbe voluto presente un governo ovunque si discutesse di Costituzione. Anche Massimo Cacciari ha detto chiaro e forte che a riscrivere una Costituzione deve essere un’Assemblea Costituente, non un governo. 

C’è stato un profluvio di parole sprezzanti contro chi ha sollevato obiezioni di metodo e di merito. Vediamo gli argomenti. Il primo: avete dato ragioni ideali alla palude – a queste sanguisughe della Repubblica – che sono i politici del malaffare o i burocrati dell’immobilità. 
Il secondo: le misure prospettate non hanno niente a che vedere con un rafforzamento dell’esecutivo o un plebiscitarismo o un’involuzione autoritaria.
 Al netto delle risposte (nessuno dei critici ha mai difeso lo status quo, nonostante la maligna bugia di Scalfari, Repubblica 6 aprile; le obiezioni riguardano l’apparente assenza di disegno coerente, oltre all’aspetto demagogico) resta un dato inquietante, che nessuno vede essere già parte dell’involuzione autoritaria di cui parliamo: l’insofferenza ai critici come tali. E questo vanifica completamente il senso del dissenso. 
Che serve a creare nuovo senso, non a far piangere o ridere, come fanno i comici. Hanno accusato i dissenzienti di gridare “al lupo” inopportunamente: e non si avvedono che è già da lupi rispondere così. 
Pochi vedono la tragedia vera: quanto l’idealità sia stata già appiattita sul fatto, e il diritto sul potere. 
E allora, se sono gli “intellettuali” a essere sotto accusa, questa accusa ce la meritiamo.
 Chi, se non noi, avrebbe dovuto tenere in vita il senso della differenza fra l’idealità e la volontà di potenza?
 Evidentemente, non ne siamo stati capaci.

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