Storia di uno scandalo.

Storia di uno scandalo.

BY TIZIANO BRUNI
Agosto 1978.
 Nella centrale elettronucleare Garigliano, a Sessa Aurunca, in provincia di Caserta, una «cricca» si apre all’interno di una caldaia per la produzione del
vapore.
 Dalla microfessura esce vapore altamente radioattivo.
L’Enel, allora proprietaria, decide di fermare le attività della centrale e di metterla in stato di conservazione per consentire i lavori. Che non vengono mai realizzati. Il riavviamento, infatti, avrebbe richiesto costi e tempi tali da rendere «non economicamente giustificato» il rifacimento dell’impianto. Così il 9 luglio 1981, tre anni dopo l’incidente, Enel decide di chiudere la centrale. L’11 marzo 1982 la centrale è definitivamente disattivata. Oggi, a quasi trent’anni dalla chiusura, non è stata ancora smantellata.

Il Garigliano è la testimonianza più vivida di come è stato gestito il nucleare in Italia, della leggerezza, dell’inesperienza, del dolo con cui nel nostro Paese si è maneggiata una bomba a orologeria che ha finito per esploderci in mano. La storia di quella centrale è la storia di uno scandalo cominciato alla fine degli anni Cinquanta. Quello che ci è rimasto è un’eredità di morte, di cui stiamo pagando e pagheremo ancora, per chissà quanto, il conto.
A piana del Garigliano è conosciuta fin dall’antichità per i terreni paludosi e le periodiche esondazioni del fiume, il Garigliano appunto, che segna il confine tra Lazio e Campania. Si tratta di una zona a sismicità media (grado 0,75-0,100), situata ai piedi del vulcano di Roccamonfina.Non è tutto. L’area è densamente abitata e ambita meta turistica: c’è il Circeo poco sopra e qualche chilometro più giù Baia Domizia.Insomma, non si tratta decisamente del posto ideale per collocare una centrale.

Se ne rende conto, tardivamente, lo stesso ministero dell’Ambiente che nel Dossier rifiuti del 1985 definisce la zona «sismicamente e idrogeologicamente inidonea». Se si osserva la piana dall’alto, si constata come lo scempio sia incastonato in una terra molto fertile. Il fiume, che si è aperto la via in migliaia di anni tra pescheti e vigne, prima di gettarsi in mare disegna una strana mezzaluna. Abbracciata da quest’ansa c’è la centrale nucleare, un’immensa palla bianca. È lì che batte ancora il cuore del reattore.
La realizzazione della centrale del Garigliano poggia su radici profonde. L’idea nacque attorno al 1956. La Birs, Banca internazionale per la Ricostruzione e Sviluppo (oggi Banca mondiale, o World Bank), mise a disposizione del governo italiano 40 milioni di dollari. Il prestito venne concesso alla Cassa del Mezzogiorno e da questa trasferito alla Senn, Società elettronucleare nazionale, creata ad hoc e incaricata della realizzazione dell’opera. Due anni più tardi, dopo aver visionato nove offerte, venne scelto il progetto dell’americana General Electric.

Dove metterla? L’impianto avrebbe dovuto situarsi in prossimità di grossi centri di consumo, sia per consentire lo sfruttamento dell’energia prodotta da parte di realtà industriali già operanti, sia per immetterla facilmente in rete. Per questo motivo sembrò opportuno non allontanarsi troppo dal Centro-Sud, ovvero dall’asse Roma-Napoli. Occorreva tenere presente una sufficiente distanza dalle città, per i «fattori psicologici» e per gli eventuali rischi di incidenti. In terzo luogo l’impianto avrebbe dovuto situarsi nei pressi di un fiume, onde garantire un costante e adeguato afflusso di acqua alle pompe. E così la scelta cadde su Punta Fiume, presso la foce del Garigliano, nel comune di Sessa Aurunca. I lavori iniziarono nel 1959 con l’intenzione di portarli a termine entro il 2 dicembre 1962. Non fu così. Le continue piene del Garigliano dilazionarono i tempi. Il mostro iniziò a produrre elettricità nel giugno del 1964, ottenendo però solo nel 1967 la «licenza di esercizio»: per tre anni la centrale è stata abusiva. Ma a prescindere da mere faccende burocratiche, funzionò sempre poco e male.

In soli quattordici anni di vita – fu spenta nel 1978 – ebbe una serie di incidenti documentati. Il primo avvenne poco dopo l’apertura. Nel marzo del 1964 si ruppero i prigionieri delle valvole di intercettazione del circuito primario. L’anno successivo furono rinvenuti danneggiamenti all’interno della struttura interna del reattore. Un anno dopo l’altro i tecnici della centrale trovavano sempre qualcosa da aggiustare.
Nel febbraio del 1970 si sfiorò in modo serio la tragedia. Per la prima volta mancò l’energia elettrica in grado di azionare il sistema di raffreddamento. Sia quello principale sia il secondario andarono in tilt. Si ricorse al generatore di emergenza, che si fermò. Si evitò la catastrofe solo perché si riuscì a ottenere nuovamente l’alimentazione elettrica dalla linea esterna. Nei successivi otto anni ci furono altri quattro incidenti significativi. In due di questi, nel marzo del 1972 e in quello del 1976, fu rilasciato materiale radioattivo nell’atmosfera. Si trattò di un vero e proprio campanello di allarme. La centrale, l’8 agosto 1978, cedette in modo definitivo.
Il lasso di tempo in cui la centrale fu messa in stato di conservazione fu uno dei momenti più bui della sua storia. Il 16 novembre 1979 il Garigliano, in piena, allaga una vasta area dell’impianto nucleare. Intervengono i Vigili del fuoco di Caserta e Latina per porre in salvo con mezzi anfibi i dipendenti. Di questo evento, documentato fotograficamente, non viene data però alcuna notizia. Ma Alfredo Gragnano ricorda perfettamente cosa è accaduto quel giorno: «Quelle sirene non le dimenticherò mai».

Alfredo, detto Dino, a Garigliano ha lavorato per circa vent’anni, a partire dal 1978. Lo hanno prepensionato e, dice lui, gli hanno fatto «un grande favore». Alla centrale era addetto alle teletrasmissioni, «un radio tecnico che si occupa di telefonia, ponti radio, sicurezza in caso di pericolo». «Quel giorno» ricorda «sfiorammo la tragedia.» L’acqua del fiume arriva allo stabilimento. Penetra nei piani interrati dei serbatoi. A mezzogiorno, con i mezzi anfibi dei Vigili del fuoco, viene evacuata parte del personale della centrale. Dino non è tra quelli: «Io e altri dieci colleghi rimanemmo all’interno della centrale per farla funzionare e tenerla sotto controllo». Verso le sette di sera c’è un black-out della rete nazionale. La situazione è estremamente rischiosa. Ci spiega Gragnano: «La centrale nucleare, finché ci sono le barre di uranio, ha sempre bisogno di stare in funzione, di essere raffreddata. La linea di alimentazione principale era fuori servizio. Provammo ad attivare una seconda linea proveniente dalla centrale idrica di Suio». Ma l’esondazione del Garigliano, che abbatte il dislivello che permette alle turbine della centrale idroelettrica di girare, mette fuori uso anche quella. «Avviammo il sistema di sicurezza, composto da un gruppo elettrogeno di riserva, ma non partiva: era guasto.» Sono attimi pieni di terrore: «Siamo stati la bellezza di sette minuti, forse otto, in stallo totale». Le barre di uranio si scaldano sempre più: «La temperatura era arrivata alle stelle. Quasi al punto di fusione». Finalmente qualcuno riesce a fare partire il gruppo elettrogeno e a metterlo in contatto con la rete. «Non mi ricordo chi fu» racconta Dino. «Ma evitò una catastrofe.»

È stata l’esondazione più drammatica: non solo perché si rischiò, a 80 chilometri da Roma, una tragedia simile a quella che avrebbe colpito Chernobyl sette anni più tardi, ma anche perché quell’episodio riservò, qualche giorno dopo, un’amara sorpresa. «Pensavamo di essere stati fortunati» racconta Gragnano. «Poi scoprimmo che c’era qualcosa di anomalo nel locale resine.»

Il «locale resine» altro non è che una vasca, piena di speciali resine appunto, dove viene passata l’acqua utilizzata per il ciclo di raffreddamento del nucleo prima di essere riammessa nell’ambiente esterno. L’acqua che vi arriva è fortemente radioattiva – «in quella stanza ci entravamo solo con la doppia tuta» –, quella che esce invece ha un livello di radionuclidi accettabile. «Ci rendemmo conto che il livello dell’acqua era salito. Si era aperta una falla sotto il pavimento. E come l’acqua è entrata se ne è uscita.» Con tutto il suo carico di radioattività.

Un anno più tardi si replica. Il 14 novembre 1980 il Garigliano straripa di nuovo e raggiunge il massimo livello (8,38 metri) alle ore 23. Ancora acqua alta nei locali dei serbatoi. Viene e se ne va: trecento metri cubi si trasferiscono nel sottosuolo. Acqua altamente radioattiva, come verificano gli ispettori della centrale, con livelli di cesio 137, cesio 134, cobalto 60, stronzio 90 molto superiori anche rispetto alle normative dell’epoca. L’ingegner Claudio Sennis, del Cnen (Comitato nazionale per l’energia nucleare, oggi Enea), spedisce un telegramma di 1164 parole al sindaco di Castelforte (comune confinante con la centrale), affermando che «l’acqua che erasi infiltrata nella vasca, è defluita verso il fiume, trascinando con sé parte della contaminazione, essenzialmente cesio 137».
Si muovono i giudici. Che – siamo alla fine di novembre – chiedono al Cnen accertamenti. Il Cnen individua il responsabile, un ingegnere della centrale, tale Tommaso Vitiello, reo di aver utilizzato i serbatoi senza collaudo. La condanna di Vitiello sarà poi prescritta per amnistia. Dopo tre anni, invece, il Cnen decide di collocare nei depositi delle scorie alcune pompe sommerse.
I misteri, le vergogne insabbiate e le tragedie della centrale del Garigliano non finiscono qui. I fascicoli rimasti a documentarne l’attività non aiutano a ricostruire cosa davvero sia successo in quegli anni: lacunosi e incompleti, non fanno che denunciare la maledizione di quella palla bianca. L’unica strada che resta per sapere la verità è la voce dei testimoni. Gragnano è uno dei pochi disposto a raccontare, è un pezzo della memoria storica del Garigliano. Quasi nessuno, infatti, apre bocca: molti non vogliono, altri non possono. Sono morti, ufficialmente per «cause naturali». Ufficialmente.
«Ho avuto molti colleghi deceduti per cause legate all’esposizione alle radiazioni» racconta Dino. «Personalmente ne ho conosciuti cinque. Ma ce ne sono stati altri, tutti fatti passare per morti naturali.» Gragnano dà voce a una verità diversa. Lo stabilimento, a quanto emerge dalle sue parole, era teatro di sperimentazioni pericolose. «Le posso assicurare» dice Dino «che all’interno della centrale sono stati fatti esperimenti dovuti alla follia e all’avidità dell’uomo.» Nato come sito per il combustibile di uranio, al suo interno «sono state utilizzate barre di uranio arricchite con camicie [rivestimenti, N.d.A. ] di plutonio». E il plutonio non è l’uranio. Ha tempi di raffreddamento diversi e diversi isotopi. I rischi sono altissimi, le conseguenze molto gravi. «Le strutture metalliche non erano idonee a sopportare un bombardamento superiore all’uranio. Tutti i filtri utilizzati all’interno della centrale erano adatti per l’uranio non per trattare vapori e polveri prodotti dalle camicie di plutonio. Presto si sono deteriorati.» E la centrale è stata costretta a fermarsi.

Il plutonio dunque è stato uno dei motivi per cui la centrale è andata in tilt. Veniva usato «solo per sperimentare. Per vedere come reagiva la centrale e rispondeva la resa». Follia e avidità.
«Il suo utilizzo ha eroso in modo definitivo alcuni scambiatori. Venne una squadra di tecnici giapponesi a fare le radiografie alle strutture atomiche. E trovarono lesioni gravi» ricorda Gragnano. In più va considerato che la centrale era già sorpassata al momento della sua costruzione. La General Electric ne ha prodotto un altro modello negli Stati Uniti ma poi lo ha abbandonato a metà degli anni Settanta. Nel 1975 gli ingegneri Hubbard e Bridenbaugh dichiarano davanti al Congresso americano che quel tipo di reattore offre poche garanzie per la sicurezza. Troppi rischi e, di riflesso, troppi incidenti. Ma in Italia di quelle testimonianze non si tenne conto. Anzi, spiega Luigi De Canditiis, per trent’anni analista radiologico alla centrale, al giornalista Luca Romano: «Gli ultimi due anni di attività [dal 1976 al 1978, N.d.A. ] furono quelli di massima produzione. Passammo da uno standard di 100 megawatt a 160. Un po’ come guidare un’auto con il piede sempre premuto sull’acceleratore. Si voleva recuperare il terreno perso nei primi anni».

Insomma il Garigliano era uno stabilimento desueto già solo per trattare esclusivamente uranio. Era lento e scarsamente produttivo: così si decise di utilizzare anche il plutonio. Senza avvertire nessuno. Gragnano però ha visto le prove: «Io l’ho scoperto casualmente. Noi lavoratori avevamo un punto di incontro al Villaggio Fasani [una frazione di Sessa Aurunca poco distante dalla centrale, N.d.A. ]. In caso di incidenti ci si doveva trovare lì. Al Villaggio Fasani avevano portato tutta questa documentazione. Io stavo lavorando alla centrale telefonica e stavano sopra il tavolo. Mi sono messo a leggere. Ho trovato i dati delle sperimentazioni eseguite. Erano molto dettagliati. Non ho potuto prendermi una copia. Loro hanno sempre negato, ma io l’ho visto con i miei occhi».

Ma di quei documenti, sepolti chissà in quale archivio, resta però una traccia. Una relazione del Cnen in cui si dice che per fare degli esperimenti – nel 1968, nel 1970 e nel 1975 – vennero introdotte rispettivamente 12, 14 e 46 barre a ossidi misti di uranio e plutonio, in totale 72 barre sulle 208 presenti. «Ma» rivela ancora Gragnano «c’era anche il problema del camino.» Il «camino», una ciminiera che avrebbe dovuto filtrare e scaricare vapori e fumi, secondo il racconto del tecnico, non era adatto e «in aria c’è finita roba che non doveva esserci e che nessuno ha mai dichiarato». La centrale nucleare espelle per lo più vapore acqueo. Quella del Garigliano 120.000 metri cubi di vapore filtrato ogni ora, che venivano trattati da filtri efficaci al 99,97 per cento. Il restante 0,03 per cento era espulso in stato di non purificazione. Si trattava di 36 metri cubi ogni ora, che moltiplicati per i quindici anni (1964-1978) di attività della centrale diventano milioni di metri cubi di inquinanti radioattivi. Questo è un discorso che vale per tutti gli impianti, non solo per il Garigliano. Ogni centrale, infatti, in assenza di incidenti disperde nell’ambiente sostanze inquinanti radioattive che, anche se emesse in concentrazioni bassissime, sono responsabili di danni gravi per la salute dell’uomo. Quali? Il trizio, il carbonio 14, il cesio 137, quello 134, il cobalto 60 e infine lo iodio 131. Tutti inquinanti in grado di entrare nella catena alimentare e di accumularsi negli organismi viventi: il trizio si sostituisce all’idrogeno dell’acqua; il cesio si concentra nei muscoli; lo stronzio 90 si sostituisce al calcio nelle ossa e nel midollo; il cobalto 60 tende ad accumularsi nell’intestino, mentre lo iodio 131 nella tiroide. Questi elementi, come spiega qualsiasi enciclopedia medica, una volta assorbiti sono in grado di danneggiare, a causa della loro instabilità nucleare, il Dna delle cellule in maniera permanente, causando malformazioni genetiche quando colpiscono cellule germinative, e tumori quando danneggiano i meccanismi replicativi cellulari.
Gli incidenti, l’utilizzo del plutonio, le perdite nelle vasche, le emissioni di fumi e vapori nocivi: che segni sono rimasti nell’ambiente e nella popolazione della zona? Nell’area sono state condotte numerose indagini statistiche, ma mai nessuna epidemiologica e pochissime a livello istituzionale. Come se si temesse di sapere cosa stava accadendo davvero. Una delle prime ricerche fu effettuata nel 1980, pochi giorni dopo la seconda esondazione del fiume. Allora il professor Mauro Cristaldi, del dipartimento di Biologia della Sapienza, inviò ai sindaci di Castelforte, Sessa e Minturno una relazione tecnica con la quale suggeriva di avvertire la popolazione che «occorreva evitare la raccolta dei prodotti provenienti dalle colture sommerse dalle acque; il pascolo del bestiame nelle aree invase dalle acque; l’irrigazione delle colture con sistemi che tendono a trasferire i sedimenti fluviali nei terreni adibiti a uso agricolo e zootecnico; la pesca, l’ingestione e la vendita del pescato, almeno delle specie limicole e filtratrici, nel tratto di mare antistante la foce del fiume Garigliano».
Qualche giorno dopo la pubblicazione della relazione si registrò la morte di venticinque bufale che avevano pascolato in aree sommerse dal fiume nonché la moria di grossi pesci lungo il tratto di mare dove sfocia il fiume. Nel 1981 fu condotta, anche grazie alle continue denunce dell’avvocato Marcantonio Tibaldi, scomparso nel 2003, un’altra indagine, sempre di tipo statistico, dal professor Alfredo Petteruti, poi pubblicata nel libro La mostruosità nucleare: indagine sulla centrale del Garigliano .

Quella di Petteruti altro non era che un’indicazione di campionatura statistica, in aziende similari, tra animali della stessa specie e della stessa razza. Gli anni di riferimento erano il 1979 e il 1980. Si trattava di vacche Frisone italiane dette localmente «olandesi». Furono presi in esame tre gruppi di aziende che allevano questi animali in tre zone diverse, indicate rispettivamente con le lettere A, B e C. Le prime due erano prossime alla centrale nucleare del Garigliano, la terza distava 40 chilometri in linea d’aria. I risultati furono terrificanti. L’indagine rilevò che il numero delle nascite con mostruosità nelle zone A e B, prossime alla centrale, era 33 e 9 volte maggiore rispetto alla zona C. In termini percentuali significa raggiungere il 3200 per cento in più.
All’epoca un’indagine con carattere di ufficialità fu condotta dall’Enea nel 1980. Questo studio rilevò una contaminazione da metalli pesanti non solo nella zona in prossimità della centrale ma anche in una vasta porzione di mare. Fu scoperto che il cobalto 60 e il cesio 137, rispetto agli anni Settanta avevano raddoppiato i valori. Ma oltre a questo, e nonostante questo, non fu fatto altro. Nessun controllo aggiuntivo. Molti preferirono non vedere e chiudere gli occhi. E li chiusero anche quando fu verificato, sempre dall’avvocato Tibaldi, che dal 1972 fino al 1978 l’incidenza di tumori e leucemie nell’area del Garigliano – che comprende il basso Lazio con le province di Frosinone e Latina e 1700 chilometri quadrati di costa balneabile risalendo dal Volturno al Circeo (e relativi foci dei corsi d’acqua) – era del 44 per cento contro una media nazionale del 7 per cento (dati Istat).

Nei comuni di Formia, Minturno, Sessa Aurunca, San Cosma e Damiano, Roccamonfina e Castelforte ci furono novanta casi di neonati malformati tra il 1971 e il 1980. Solo nel 1984 l’Usl Latina 6 di Formia ne registrava il 19,57 per cento. Agli ospedali di Minturno e Gaeta furono numerosi quelli di anencefalici, e si verificò anche un caso di ciclopismo.Tutte vittime del mostro? Non c’è nessuno studio scientifico che lo provi. Solo numeri statistici a confronto. Il dubbio, però, resta grande.
Oggi la centrale è ferma e dal 2000 è di proprietà della Sogin, che cerca di smantellarla. Attualmente, nel sito sono stoccati 2605 metri cubi di rifiuti radioattivi di media attività, messi in sicurezza in 3430 fusti, e 1200 metri cubi di rifiuti a bassa attività chiusi in buste di plastica e «sepolti» attorno alla centrale.

Si sta bonificando l’edificio turbina dall’amianto di cui una parte contaminata dalla radioattività verrà messa in sicurezza e il resto smaltito in una discarica autorizzata. Dal 2008 è in costruzione il cosiddetto deposito D1. Ha una volumetria di 11.000 metri cubi in cui saranno stoccati 1100 metri cubi di rifiuti di media attività, mentre altri 600 saranno stoccati nel recuperato edificio «ex diesel» della volumetria di 6000 metri cubi. Secondo le norme di sicurezza il rapporto tra rifiuti e deposito deve essere di uno a dieci. E visto che si parla di quasi 4000 metri cubi di rifiuti servirebbe un deposito di 40.000 metri cubi. La costruzione del D1, di cui Sogin, come sostiene il Comitato antinucleare del Garigliano, non ha mai ottenuto concessione edilizia dal Comune di Sessa Aurunca, fu autorizzata con ordinanza del 15 dicembre 2006 dal generale Carlo Jean, che utilizzò i poteri straordinari conferitigli dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi nonostante fosse in corso una Conferenza dei servizi sull’argomento.

Nella relazione sul controllo eseguito sulla gestione finanziaria Sogin del 2006 si legge che il D1 è il primo dei quattro depositi già approvati, dall’allora Apat, nel giugno 2004. Nel convegno svoltosi nel Comune di San Cosma e Damiano, nell’aprile 2009, l’ingegnere Zampati dell’Ispra dichiara che il deposito del Garigliano sarà realizzato «con una particolare tecnica costruttiva essendo la zona altamente a rischio sismico e inondazioni». «Quindi» ricorda Giulia Casella, storica attivista di Legambiente «riconosce che è un deposito rischioso.»

Ma l’interrogativo rimane sempre: dove stoccheranno gli altri 2100 metri cubi? L’amministrazione del Comune di Sessa Aurunca ha chiesto che non si proceda né alla costruzione di altri depositi né allo smantellamento se non dopo la costruzione del deposito nazionale.
Ma, seppur inattivo, il mostro è ancora pericoloso. «In centrale» spiega sempre Gragnano «esistono ancora tre potenziali rischi.» Il primo è il vecchio camino, che andrebbe abbattuto per evitare il crollo e messo in sicurezza. Il secondo è costituito dalle cosiddette «trincee». «Nei vari anni della lavorazione» continua Dino «attorno alla centrale hanno scaricato materiale contaminato. È un processo che c’è sempre stato, sin dall’inizio. Una volta utilizzato il materiale contaminato, che potevano essere tute, o maschere, ma anche oggetti, lo infossavano attorno alla centrale.
 Le chiamavano “trincee”.» Fino al 2000 Enel ne ha negato l’esistenza, ma da quando la proprietà è passata alla Sogin le trincee sono diventate uno dei primi obiettivi di bonifica, e la loro presenza è stata così riconosciuta.
Il terzo rischio è la «vasca di restituzione», una sorta di piscina di decantazione che raccoglieva le acque provenienti dai vari cicli della centrale prima che si riversassero nel fiume.
 «È una vera e propria bomba ecologica» ci dice Gragnano.
 E la ragione è semplice. «In quella vasca finiva dell’acqua contaminata.
 A livelli ritenuti accettabili per l’ambiente, ma pur sempre contaminata, e che nel corso degli anni ha prodotto dei sedimenti radioattivi.»
Il mostro del Garigliano per ora rimane lì. 
Memoria dell’epoca più disastrosa del nostro nucleare. 
Simbolo di un passato che nessuno vorrebbe mai rivivere.

fonte: http://www.ilpasquino.net/storia-di-uno-scandalo/
http://www.signoraggio.it/storia-di-uno-scandalo/

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