Sorte dell’Istruzione italiana

Sorte dell’Istruzione italiana


Ernesto Galli della Loggia e Asor Rosa denunciano l’orientamento di sviluppo del sistema di formazione
Qualche tempo fa, nel dicembre dell’anno appena trascorso, nel panorama dell’offerta della stampa periodica, è accaduto qualcosa di curioso, e stimolante.
 Due personaggi di chiara fama, come Ernesto Galli della Loggia, e il professore Asor Rosa, hanno firmato uno stesso testo apparso sulla rivista ‘Il Mulino’.
 Le due personalità promotrici di questa iniziativa, sono distanti, per non dire più appropriatamente divergenti, per opinioni politiche e convincimenti di ordine generale. 
Già questi elementi, rendono questo connubio intrigante. 
Ma qual è stato lo spunto che ha fatto trovare punti condivisi ai due firmatari, alle cui firme si è aggiunta quella di Roberto Esposito?
 I tre intellettuali, hanno denunciato un certo orientamento di sviluppo del nostro sistema di formazione e istruzione, che presenta dei profili indubbiamente inquietanti. 
Meritevoli quantomeno di approfondita considerazione.
A occhi vigili e attenti, quali quelli dei firmatari del documento, non è sfuggita la deriva dell’impianto formativo, che ha preso il nostro modello di Istruzione.
Impianto che suscita nei firmatari grande preoccupazione. Stiamo parlando di un’anello di congiunzione fondamentale, per il consolidamento, tra i cittadini, di una già di per se vacillante Identità nazionale. 
In sostanza, gli autori di quello che può essere definito un vero e proprio “grido di allarme”, affermano che il rifiuto e la marginalizzazione delle discipline umanistiche, a favore di quelle di una “crescente tecnicizzazione” delle materie insegnate, rappresenta un pericolo.L’allarme è condivisibile sotto più punti di vista. Uno degli argomenti più forti che sono stati spesi per far pendere il piatto della bilancia, a favore del progetto formativo delle nuove generazioni sulle materie tecniche scientifiche, è quello della maggiore sintonia di coloro i quali son stati formati in tal senso con il “mercato del lavoro”. Questa espressione “mercato del lavoro”, definisce già gli orizzonti di prospettiva che si propongono agli studenti. E questo “mercato”, va a inserirsi nel quadro di tutti gli altri “mercati” dai quali siamo assediati, finanziario, economico e via enumerando.

Lungi da me, l’assumere posizioni astratte o velleitarie, specialmente in un momento di crisi come è l’attuale. Vorrei soltanto però, porre l’attenzione su un elemento:l’Istruzione pubblica sicuramente, e auspicabilmente, deve creare premesse adeguate per l’inserimento nel “mondo del lavoro”, ma il suo compito non è certamente solo quello. La formazione cui è demandata l’istruzione pubblica, non coincide con la formazione di “lavoratori” ma, e per fortuna aggiungo io, anche e forse prioritariamente di “cittadini”. Intorno ad essi gravitano diritti, doveri, maturano consapevolezze di condotte etiche e morali, che avendone l’opportunità, potranno essere valorizzate nell’impegno lavorativo. L’affievolita coltivazione di queste prerogative, presupposto di una società sana, comportano gravi sbandamenti sociali, sotto più punti di vista. Il più evidente lo scadimento della tenuta di onestà e moralità, diffusa a tutti i livelli. E penso che parte di ciò dipenda anche dalla mancata valorizzazione del senso di appartenenza alla comunità nazionale e alla “Identità” da lei espressa.

La formazione “tecnica” è assolutamente preziosa, e si muove animata dalla ricerca del raggiungimento dell’obiettivo del superamento di problemi specifici, e settoriali. Talmente specifici, per cui il “tecnico” che deve affrontarli, perde, o non gli è mai stata data la “visione d’insieme”. Come primo esempio mi vengono in mente molti medici delle ultime generazioni, i quali magari sanno tutto del dito mignolo di una mano, ma perdono completamente di vista il corpo umano di riferimento. E non solo quello, ma l’essere umano che hanno di fronte, con il quale non sono più assolutamente in grado di comunicare. Si relazionano con i sintomi, non con il paziente. Penso che questa sia un esperienza comunemente diffusa. Basti pensare che tra “noi” e il medico c’è sempre una scrivania. Bene che va, qualche ricetta o prescrizione di qualche esame. Questo è uno degli esempi, maggiormente palpabili degli orientamenti citati, per cui non c’è più la minima traccia dell’”arte medica”. E’ semplicemente stata fatta diventare solo una “tecnica”. Per non parlare della recente lugubre esperienza del “governo dei tecnici”, durante il quale per un (fortunatamente breve) periodo, la “Agenda Monti” veniva citata con il rispetto e il sussiego che si riserva a un Testo Sacro. Salvo poi scoprire che la messianica ”Agenda”, proponeva solo “tagli”, neanche illuminati dal buon senso, della oramai celebre “massaia di Voghera”. Ma pure lì c’era da dare risposte ai “mercati”, mica alle persone.

La “tecnica”, generalmente ha sempre marciato a braccetto con, e per lo sviluppo economico. Questi pur apprezzabili intenti, così configurati,daranno materiale per tessere una coperta, che in tutti i casi risulterà corta. Come denunciano i firmatari dell’allarme, essi giustamente sostengono che la netta riduzione dell’incidenza dei saperi umanistici, comporta più di una preoccupazione sul piano delle opzioni politiche ad esempio, perché riduce “lo sguardo critico sulla realtà”, e inibisce una spigliata elaborazione di modelli alternativi a quello oggi imperante della “omologazione ai parametri globalizzati dell’attuale idolatria dell’ideologia del mercato”. Inoltre la “tecnicizzazione”, porta per forza di cose, ad affrontare la risoluzione di problemi contingenti, privandoli di una riflessione di prospettiva storica. E questo rappresenta, il punto maggiormente critico negli attuali sbilanciati rapporti di forza tra formazione tecnica e umanistica.

Contro la Storia, in epoca sessantottina, fu imbastita più di una battaglia, a cominciare dallo slogan “vogliamo tutto e subito”, che già di per se negava qualsiasi possibilità di riflessione in senso storico. Per non parlare che la Storia è fatta anche di date, che saranno pure noiose da imparare ma sono come la segnaletica stradale necessarie per dare a un automobilista un senso di orientamento. Ma i “lungimiranti” dell’epoca, involtaro il tutto nel pacco dell’esecrabile “nozionismo”. Il modello di istruzione e formazione, per le future generazioni, come denunciato dall’allarme, pienamente condivisibile, lanciato dalle colonne del Mulino, risulta evidentemente sbilanciato, che non risponde ai criteri, del mantenimento e consolidamento del senso di appartenenza alla comunità nazionale. Certo ora come priorità, bisogna stare a questionare sullo “ius soli”, nel quale come è noto, la storia personale e le implicazioni derivanti, sono saltate a pié pari. E’ tutto un sistema sbilenco, zoppicante. E come si sa “chi va con lo zoppo impara a zoppicare”. Ma non è detta l’ultima parola. Ci sarà pure da qualche parte un Enrico Toti ai giorni nostri. Già, per rimanere in tema, ma chi era costui?!

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