I Rothschild vogliono mettere le mani sulla Banca Centrale della Repubblica Islamica dell’Iran

I Rothschild vogliono mettere le mani sulla Banca Centrale della Repubblica Islamica dell’Iran 

(Nicola Bizzi)
Un’interessante analisi del giornalista Pete Papaherakles dell’American Free Press mette in evidenza come, dietro alle tensioni in Medio Oriente, vi sia il tentativo dei Rotschild di mettere le mani sulla Banca Centrale dell’Iran
È interessante notare come, a differenza dell’Italia e degli altri Paesi
dell’Unione Europea dove i grandi mass media sono fortemente omologati e
controllati dal “sistema”, soprattutto quando si parla di questioni
economiche, negli Stati Uniti riescano spesso a trovare spazio sui giornali
analisi indipendenti ed obiettive sulla politica estera e sull’economia.
In questo contesto merita di essere posto in risalto un recente articolo
del giornalista Pete Papaherakles della American Free Press, che denuncia come,
dietro alle crescenti tensioni in Medio Oriente e all’ostilità nei confronti
dell’Iran vi sia la longa mano dei Rotschild, leader indiscussi del potere bancario
e finanziario internazionale.
Questa ambizione, del resto mai smentita dai grandi burattinai della
finanza mondiale, appare ovvia ed evidente se si considera – come rileva
Papaherakles – che l’Iran è al momento uno dei soli tre Paesi rimasti al mondo
la cui banca centrale non sia sotto il controllo, diretto o indiretto, dei Rotschild.
Prima dell’11 Settembre 2001, esistevano infatti nel mondo sette Paesi
con questa caratteristica: Afghanistan, Cuba, Irak, Iran, Korea del Nord, Libia
e Sudan. In realtà questi Paesi erano 8, perché il giornalista dell’American
Free Press ha dimenticato, mi auguro per semplice distrazione, di inserire
nell’elenco la Siria.
 E cosa sia successo a partire dallo scatenamento, da
parte della presidenza di John Walker Bush, della cosiddetta “guerra al
terrorismo” è sotto gli occhi di tutti.
L’afghanistan e l’Irak sono stati attaccati, devastati militarmente,
decapitati delle proprie legittime istituzioni e risultano tutt’ora sotto
occupazione militare e pesantemente contaminati dalle armi all’uranio
impoverito. 
E anche le loro economie dipendono allo stato attuale in tutto e
per tutto dal controllo statunitense.
Il Sudan di Omar Al Bashir, additato come “stato canaglia” e a lungo
destabilizzato dall’esterno con la fomentazione degli scontri nella regione del
Darfur, si è dovuto piegare ed accettare la secessione della sua parte meridionale
ricca di petrolio, al momento uno stato fantoccio controllato direttamente dai
Rotschild, il cui riconoscimento è stato imposto alla “comunità internazionale”.
Il Nord del Paese, con capitale Khartum, resiste al momento agli attacchi della
globalizzazione, ma è stato di fatto strangolato economicamente e privato delle
sue principali fonti energetiche.
In Libia è stata scatenata dall’esterno una lunga e sanguinosa guerra civile
che, con l’apporto armato degli Stati Uniti, della Francia e della Gran
Bretagna, ha portato al rovesciamento del legittimo governo, al barbaro assassinio
di Muammar Gheddafi e ha precipitato nel caos un Paese che, per reddito medio,
per istruzione e alfabetizzazione, si poneva al vertice degli stati africani.
Oggi la Libia è ripiombata nel Medioevo, è di fatto divisa in due entità
statali, entrambe destabilizzate dal terrorismo, dai conflitti tribali e dalle
bande armate, e l’estrazione e l’esportazione di petrolio è interamente sotto
il controllo delle grandi compagnie gestite dai Rotschild. Ci fa notare
Papaherakles che, addirittura, che già all’inizio della guerra civile, nella secessionista
Bengasi era stata subito aperta dai Rotschild una loro banca.
La Siria, altro Paese che, oltre ad avere una Banca Centrale strettamente
sotto il controllo statale, non ha alcun debito nei confronti del Fondo
Monetario Internazionale (colpa gravissima agli occhi dell’usurocrazia
finanziaria mondialista!), ha visto sulla propria pelle ripetersi il copione
della Libia. É stata anch’essa trascinata in una lunga e sanguinosa guerra
civile fomentata dall’Occidente, dall’Arabia Saudita e dalle petro-satrapie del
Golfo, con l’intento di destabilizzarla e di rovesciarne con la forza le istituzioni.
Sta eroicamente resistendo, nonostante i tentativi di demonizzazione di discredito
operati dai media occidentali (come nel caso dell’utilizzo delle armi chimiche,
che i periti internazionali hanno poi ufficialmente attribuito ai ribelli) e nonostante
le ingenti risorse finanziarie e gli armamenti destinati dai Paesi del Golfo a
gruppi di fanatici e fondamentalisti che provengono per oltre il 90% dall’estero
e vengono addestrati militarmente in campi turchi e sauditi.
La Korea del Nord meriterebbe un discorso a parte, perché si tratta, di
fatto, dell’ultimo caposaldo mondiale di socialismo reale.
 Uno stato quindi a
economia rigorosamente centralizzata e pianificata, anche se nei fatti una
sorta di monarchia assoluta nelle mani di una dinastia, quella dei Kim, che ne
ha decretato l’isolamento internazionale. Ma intorno ad essa ruotano da tempo
curiose speculazioni internazionali solitamente taciute dalla stampa
occidentale, che si limita a parlare della “minaccia atomica” e del
dispotismo dei suoi leader. 
È quantomeno curioso, infatti, che buona parte del
traffico internazionale di valuta avvenga non in Dollari o in Euro, come molti
potrebbero erroneamente pensare, bensì in Won nord-koreani, una moneta che, notoriamente,
non risulta neanche convertivile. 
Sarebbe quindi molto interessante
approfondire le ragioni di questa apparentemente insensata, ma estremamente
reale anomalia.
Cuba, altra nazione storicamente dall’economia centralizzata e pianificata,
per via delle riforme di Raul Castro tese alla progressiva liberalizzazione
economica e all’apertura al commercio privato e in conseguenza dei massicci
investimenti del Brasile, che ha ormai tolto al Venezuela lo scettro di primo
partner commerciale dell’isola, si sta avviando verso un modello
“cinese” in salsa caraibica e tutti gli analisti danno ormai molto
vicino il momento in cui la Banca Centrale Cubana scivolerà in maniera
“soft” nelle mani speculative dei Rotschild.
L’Iran resta quindi, agli occhi degli speculatori, l’ultima frontiera
appetibile.
 Nonostante le pesanti sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti
e dall’Occidente, è un Paese molto ricco di risorse e con un’economia forte e
vivace che garantisce ai suoi cittadini un medio-alto livello di benessere,
anche grazie al suo forte stato sociale che garantisce e tutela le classi
sociali più deboli.
Si tratta inoltre dell’unico Stato che, forte della sua struttura
teocratica, applica realmente all’economia quei precetti islamici che vietano
l’usura e l’addebito di interessi. 
Una regola che in molti altri Paesi musulmani
viene spesso applicata più a livello di facciata che nel concreto, dando in
realtà campo libero alle peggiori speculazioni.
 Una pratica che ovviamente va a
a stridere fortemente con le regole del sistema finanziario mondale dettate
proprio dai Rotschild.
Come rileva sempre Pete Papaherakles, da quando i Rothschild
hanno rilevato la Banca d’Inghilterra attorno al 1815, il loro controllo ha cominciato
ad espandersi sulle banche di tutto il mondo. 
 E questa folle corsa non si è mai arrestata,
seguendo un percorso probabilmente stabilito a tavolino dai grandi gruppi di
potere che hanno sempre regolato, a livello globale, le sorti dell’economia e
il controllo sugli Stati.
Il metodo più diffusamente praticato da certi gruppi di
potere per implementare questo controllo è sempre stato quello di far accettare
ad un Paese, spesso fatto precipitare intenzionalmente in difficoltà economiche
atteraverso deliberate manovre speculative, un grosso prestito che questo non sarà
poi in grado di ripagare. 
Prestito, quindi, che causerà inevitabilmente un
forte indebitamento per la risoluzione del quale il Paese di turno dovrà venire
a patti e cedere consistenti porzioni di sovranità, fino alla totale perdita di
controllo sull’emissione della moneta e sulla propria Banca Centrale.
Il Fondo Monetario Internazionale ha fino ad oggi
rappresentato il braccio operativo di questa criminale operazione finalizzata
all’accentramento ed al controllo di tutte le risorse globali da parte dei
soliti burattinai.
Dal XIX° secolo ad oggi il copione è sempre stato lo stesso
e gli Stati che hanno osato rifiutare certi “prestiti” sono sempre
stati puntualmente travolti da destabilizzazioni, da guerre civili o hanno
visto morire i propri leader in attentati o in sospetti “incidenti”.
E, quando queste azioni si sono rivelate insufficienti, si è ricorsi a vere e
proprie invasioni militari.
 La Storia parla chiaro a riguardo. Basta
documentarsi.
Ecco perché i Rotschild, secondo l’analisi di Papaherakles,
non rinunceranno tanto facilmente a mettere le mani sulla Banca Centrale
iraniana, l’ultimo boccone appetitoso che manca nella loro “collezione”,
anche a costo di scatenare un nuovo conflitto mondiale.

Nicola Bizzi
http://www.signoraggio.it/i-rothschild-vogliono-mettere-le-mani-sulla-banca-centrale-della-repubblica-islamica-delliran/

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