La Nimitz (Napoli 1.2.1985)

La Nimitz (Napoli 1.2.1985) 

(Marra)
Sembrava il muro di Berlino! 
Era invece il muro del giardino di casa mia. Sul muro, all’in piedi tra i rami del melo, con gli sguardi biechi degli uomini preformati ad uccidere, erano i soldati del corpo di guardia dell’ammiraglio Martin, la cui umanità era stata annullata perché non fosse di ostacolo nell’attimo fatale di premere il grilletto.
Da quel muro, che divideva le nostre case, gettavano sul mio giardino un’ombra sinistra che subito scatenò dentro di me un moto di ribellione e di ira verso quei due automi, la cui intelligenza da computer, per mancanza di flessibilità, avrebbe potuto scatenare in qualsiasi momento una tragedia.
A farmi scattare non fu però la paura, ma la presunzione oltraggiosa con la quale, in virtù del loro essere americani, calpestavano con l’indifferenza ottusa dei loro sguardi l’intimità della mia casa e del giardino, nel quale Giulio e Attilio, i miei figli, giocavano.
Non entrai nemmeno in casa: feci dietro fronte e mi recai dal portiere del parco perché riferisse all’ammiraglio di allontanarli immediatamente; ma i due, un bianco e un nero in tenuta da campagna, rimasero lì, con i mitra in pugno. 
Il mattino dopo feci avvertire Martin che se non fossero andati
via sarei ricorso al Pretore, e fu così che l’indomani, al loro posto, comparvero alcuni carabinieri sempre pronti a bere una tazza di caffè, ma soprattutto alieni dall’idea di trascorrere le giornate sul taglio dei muretti.
Neanche questa soluzione però poteva andar bene: quei carabinieri infatti sapevano che un ammiraglio americano vale l’altro, e che nessuno comunque valeva la loro pelle di padri di famiglia costretti a quel lavoro da pagliacci.
Fu così che ricomparvero i marine. 
Erano completamente cambiati: gli avevano fatto fare un corso di napoletanismo.
Evidentemente però, durante le esercitazioni, quei bravi giovani gli erano sfuggiti di mano, e la loro umanità, a contatto con la cultura dell’antica ma Nea Polis greca, era riemersa, sicché ridevano e chiacchieravano da sembrare due scugnizzi trascinandosi al collo i mitra che finalmente gli pesavano e li infastidivano.
Fu in quell’occasione che conobbi l’ammiraglio.
Nei mesi successivi la nostra amicizia, nonostante le scarse occasioni di incontro, si rafforzò, fino a quando, un giorno, mi invitò a cena, insieme a mia moglie, a bordo della sua nave: la Nimitz.
La sera del giorno convenuto il motoscafo dell’ammiragliato ci condusse sotto bordo.
Ero già conscio della enormità della Nimitz, che avevo visto tante volte all’ancora al largo del porto di Napoli, perciò non me ne stupii, salvo che per l’altezza eccezionale della prua, che si ergeva irraggiungibile sopra di noi saettando verso il chiarore gelido della luna.
Ciò che invece mi turbò fu che in realtà quella cosa enorme, infinita, non era, come avevo sempre creduto guardandola da lontano, fermo nel traffico di via Caracciolo, una nave, bensì la prima vera astronave intergalattica, proveniente da chissà quale imperscrutabile impresa nella notte dello spazio, che mi capitava di vedere.
Al di là delle fiancate di acciaio, nel bel mezzo di essa, pulsava il suo cuore: un motore atomico capace di assicurarne il moto continuo per quindici anni. 
Annichilito da quel pianeta poggiato sull’acqua del mare a mortificare le povere onde inutilmente sciabordanti contro l’immobilità rocciosa della murata, mi avviai dunque per le ripide scale di quel concentrato immenso di forza, di odio e di potere e, attraverso una teoria interminabile di angusti corridoi, raggiungemmo una saletta dove Martin ci presentò il capitano, venuto a farci gli onori di casa, e che infatti, dopo alcuni preamboli, diede l’avvio ad una cortese conversazione nel corso della quale però, confuso com’ero, finii purtroppo per chiedere ai nostri due anfitrioni in che cosa dunque consistesse la diversità dei ruoli dell’ammiraglio e del comandante, visto che stavano a bordo della stessa nave..
.. E fu così allora che per rimediare agli sguardi sospettosi che subito i due si lanciarono mi illuminai di un sorriso convinto e dissi che sì!
 ecco! ..avevo capito da me: 
la differenza consisteva nel fatto che il capitano comanda la nave e l’ammiraglio comanda ..l’oceano!
 Sì! 
Yes! 
The ocean!
 Così gli dissi, mentre le loro arie sospettose andavano convertendosi in un’espressione di soddisfazione gioiosa che gonfiò il petto dell’ammiraglio, i cui occhi brillarono in una misura certo non inferiore a quella in cui dovettero brillare gli occhi di Colombo dopo la più feroce delle tempeste che intralciarono la sua vita di navigatore, fino a quando, risoluto ed allegro, ci invitò nella sala da pranzo delle cene guerriere di quei dominatori del mondo per rifocillarci di aragoste esotiche e vino raffinato offerto in onore degli ospiti italiani e ci predisponemmo poi a visitare la nave delle meraviglie, dove di ogni cosa c’erano le migliaia, come degli uomini, che erano seimila, e dei computer, che ce n’erano ottomila, e ogni cosa aveva un costo spropositato, che l’ammiraglio mi dettagliava continuamente mentre io pensavo che con il costo di questo ci rifaremmo daccapo la zona alta della città e con il costo di quest’altro ci costruiremmo le case di tutti i senza casa, e poi via via fino al costo complessivo nel quale si smarrirono anche le risate stereotipe dell’inconsapevolezza del mio povero ammiraglio, e una sensazione di vuoto e di annullamento mi pervadeva, non per la potenza o la terribilità di quella nave, che mai anzi mi era sembrata tanto stupidamente impotente e inoffensiva nella sua ridicola enormità, ma per la vanità assurda dello sforzo enorme di costruire tanti strumenti di odio, piccoli o grandi che fossero, al solo scopo di dar seguito alla volontà di un branco di idioti, ma anche di criminali, che per convincerci della necessità di avere un’industria bellica avevano stravolto le nostre menti al costo dei miliardi delle campagne pubblicitarie più subdole e mediate, e che per provarne in qualche modo l’utilità non esitavano nemmeno a provocare loro stessi le guerre.. ..
 Sì sì yes! 
proprio le guerre!
 per continuare a essere quello che erano in un circuito infinito di necessità delle armi che creavano poi la necessità dell’industria da guerra e viceversa affinché poi tutti, tutti noi, unitamente a presidenti, politici, ufficiali eccetera diventassimo dei burattini impotenti e inconsapevoli come l’ammiraglio Martin, che mi pilotò infine nella cabina suprema da dove, seduto sulla sedia del comando, stranamente più simile a un seggiolone che ad una sedia del potere, mi fece assistere allo spettacolo stupendamente orribile dell’immenso ponte dove poggiavano i mostri volanti, come quello laggiù in fondo, che con un solo colpo può distruggere tutta la Francia, e ce ne sono ventitré, e l’altro a fianco, che con la sola bomba del suo muso inarrestabile può ridurre a un unico rogo l’intera Europa, e ce ne sono quarantaquattro, e questo qui di sotto, che se lo guardi bene sembra un falco, e invece, altro che falco! .. è un mostro dalla forza inarginabile capace di spezzare finanche il chiarore della luna del tuo povero paesello, e ce ne sono diciassette, come il numero della disgrazia di essere per di più proprio voi a doverci dare di che pagarlo, che noi americani a costruire di questi gioielli per la gioia del nostro presidente e dei suoi padroni delle armi da soli non ce la facciamo più, e così via di seguito fino a quando le parole incredibilmente inconsapevoli di quell’ammiraglio inabilitato a fare qualsiasi cosa, perché le chiavi di quell’inutile paradiso di morte, visto che non poteva in nessun caso servire a niente e a nessuno, nessuno appunto poteva averle, cominciarono a invadermi il corpo in forma di violento mal di stomaco da potermi appena scusare di dover lasciare la bella compagnia per correre a vomitare nel mio vecchio, caro mare di Napoli mentre la disperazione alimentata dai conati mi cresceva fino a quando non mi resi conto che ero circondato da quella merda di città di ferro e non trovavo un budello né una scala in salita né in discesa per i miei sogni di vomitare in mare, e mi lanciai allora in una di quelle latrine da soldati dove non ebbi neanche la consolazione della puzza umana di cesso perché l’unico odore che vi si sentiva era di disinfettanti asettici, sicché proprio non potetti fare a meno di pensare che la sola utilità che si potesse trarre da quella nave era di trasformarla in monito dei pericoli dell’idiozia sociale, ponendola definitivamente all’ancora nel porto di New York quale simulacro di una delle peggiori espressioni della pseudodemocrazia americana.

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