“Br torturati con il waterboarding”: la verità sul poliziotto “De Tormentis”

“Br torturati con il waterboarding”: la verità sul poliziotto “De Tormentis” 


Era vero, come sostenuto da alcuni militanti delle Brigate Rosse, che la polizia, nei duri anni del contrasto all’emergenza terroristica, usò tecniche di tortura
In particolare, la Corte di Assise di Perugia, a 35 anni dai fatti incriminati, ha concluso che un funzionario all’epoca inquadrato nell’Ucigos e rispondente al nome di Nicola Ciocia, dopo aver sperimentato pratiche di waterboarding nei confronti della criminalità comune, le utilizzò all’epoca del terrorismo nei confronti di alcuni soggetti arrestati, al fine di sottoporre costoro a una pressione psicologica che avrebbe dovuto indebolirne la resistenza e indurli a parlare. (Corriere della Sera)
E del resto l’ottantenne Ciocia era conosciuto nell’ambiente con il soprannome di “De Tormentis”: era lui il funzionario esperto delle pratiche di tortura, sempre negate dallo Stato con l’avallo delle sentenze della magistratura.
 Oggi, sebbene il De Tormentis non sia più perseguibile per avvenuta prescrizione, viene ristabilita una verità processuale: almeno nel 1981, all’epoca del sequestro del generale americano Dozier, ilwaterboarding fu utilizzato per ottenere informazioni sul luogo dove era tenuto prigioniero. 
Tecnica che funzionò. 
Del waterboarding l’opinione pubblica è informata solo a partire dal 2006 quando il presidente americano Bush jr. si assunse la responsabilità di averla autorizzata contro i terroristi in Afghanistan (e poi abolita da Obama).
La tortura dell’acqua (waterboarding) è una forma di tortura, consistente nell’immobilizzare un individuo in modo che i piedi si trovino più in alto della testa, e versargli acqua sulla faccia. Si tratta di una forma di annegamento controllato, in quanto l’acqua invade le vie respiratorie, inducendo il riflesso faringeo. Il soggetto sottoposto a tortura dell’acqua non può controllare il flusso dell’acqua né interromperlo o sottrarvisi, e quindi ritiene che la propria morte sia imminente. (Wikipedia)
Si tratta, in buona sostanza, di una esecuzione simulata. Qualche esperto la descrive come una cattiva tecnica, perché la sensazione di morte imminente fa dire qualsiasi cosa al torturato. 
Non è detto sia la verità.
 Anche il “tipografo Br”, Enrico Triaca, accusò di essere stato torturato così dalla Polizia all’epoca del sequestro Moro: fu condannato per l’appartenenza a banda armata, ma lo fu anche per calunnia nei confronti dei poliziotti che aveva accusato di maltrattamenti e tortura. 
Sui quali invece disse il vero, come ha dimostrato con tenacia l’avvocato romano Francesco Romeo vincitore del processo alla Corte di Assise di Perugia.

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