Le origini e le cause di un Paese diviso: una anomalia tutta italiana?

Le origini e le cause di un Paese diviso: una anomalia tutta italiana?

(Nicola Bizzi)

Conoscere la storia degli ultimi anni è fondamentale per capire il presente e per fronteggiare le sfide del futuro
Le profonde divisioni politiche degli Italiani che hanno caratterizzato la storia della Repubblica dalla sua nascita nel 1946, e che persistono ancora in buona parte fino ai nostri giorni, hanno radici profonde che possiamo bene ricercare e individuare nell’esperienza del Risorgimento e di quel processo politico che portò alla nascita dello Stato unitario senza aver posto le necessarie basi per la creazione di un popolo unito, con una propria coscienza ed identità nazionale. Come avremo modo di vedere, questa problematica, quasi una sorta di “peccato originale” che l’Italia non ha mai saputo o voluto espiare, è sempre stata in più maniere arginata, ingabbiata, contenuta, ma mai affrontata e risolta fino in fondo. Tanto che, arrivati al giro di boa di 150 anni di unità nazionale, gli Italiani sono ancora caratterizzati da una cronica collettiva mancanza di identità nazionale, che determina, ad ogni crisi economica, ad ogni difficoltà o ad ogni ostacolo, l’atteggiamento purtroppo tutto italiano del si salvi chi può, che ci porta a vedere negli altri solo dei possibili competitori, degli avversari più che dei concittadini, dei nemici da combattere più che degli avversari.

Se, da un lato, ci indigniamo all’idea di un Comandante Schettino che in tutta fretta abbandona la nave naufragata mentre decine di passeggeri in preda al panico annegano inesorabilmente fra i flutti del mare, assistiamo quotidianamente al teatrino degli Schettino della politica, sempre pronti a saltare il fosso, a cambiare casacca, ad abbandonare metaforicamente la propria nave (o, nella maggior parte dei casi, la propria barchetta) alle prime avvisaglie di incagliamento o di naufragio.

Questo atteggiamento esplode in tutta la sua virulenza, infatti, quando c’è di mezzo la politica e gli altri sono identificati come coloro che sono rappresentati dal partito politico opposto al nostro.

È una storia, come sottolinea Marco Cammi nel suo saggio Politica e Antipolitica [1], iniziata con la nascita stessa del Regno d’Italia, che viene ancora oggi vista da gran parte degli Italiani non come una fondamentale conquista storica, ma come il mero frutto di una conquista sabauda, o come il prodotto delle abili manovre del Conte di Cavour, accusato da una cospicua parte della storiografia di essere stato del tutto indifferente alla partecipazione popolare, sollecitata solo in occasione dei plebisciti e poi messa strategicamente da parte. Già allora si cominciò a parlare di Risorgimentodemocratico, collegato alle figure di Garibaldi e di Mazzini, contrapposto ad un Risorgimento borghese e aristocratico, incapace di raccogliere le esigenze e le istanze del popolo e di rappresentarlo efficacemente. A questa interpretazione dualistica del Risorgimento si unì poi la Chiesa, che, non accettando il fatto compiuto della presa di Roma da parte delle truppe del Regno d’Italia, invitò i cattolici a non partecipare alla vita politica del nuovo stato unitario. E questa situazione si protrasse per un cinquantennio.

Per molti altri storici e ricercatori, le radici del problema di fondo della mancanza di una vera e compiuta identità nazionale del popolo italiano vanno fatte risalire ancora più indietro. Del resto l’Italia, intesa come nazione, ha una storia relativamente giovane. Per secoli, come fanno notare Giuseppe Mammarella e Zeffiro Ciuffoletti nel loro saggio Il Declino – Le origini storiche della crisi italiana, l’Italia è rimasta“spezzata in tre tronconi: un Nord fatto di principati regionali, un Centro dominato da uno stato teocratico e un Sud unificato, ma subordinato a dinastie straniere. La Chiesa, occupando il centro esatto della penisola, poté bloccare ogni tentativo di unificare il Paese, grazie all’aiuto straniero. Così, ad un Paese che era entrato precocemente nella modernità, venne a mancare – come ha scritto Umberto Cerroni – un elemento essenziale della modernità e cioè l’unificazione in uno stato nazionale”.[2]

In occasione del primo cinquantenario dell’Unità d’Italia, nel 1911, la rivista gesuita La Civiltà Cattolica definì “baldorie” le celebrazioni risorgimentali, ed i socialisti, dal canto loro, “si guardarono bene dal parteciparvi, organizzando in proprio cerimonie incentrate sulle figure di Garibaldi e di Mazzini, visti come gli interpreti traditi di un Risorgimento realmente popolare” [3].

Sono poi note le tesi gramsciane sul Risorgimento, letto come una riforma agraria mancata e come un tradimento delle aspettative popolari. Si tratta di tesi insostenibili, come successivi studi hanno dimostrato, ma che hanno determinato, per interi decenni, l’orientamento di una parte non secondaria della storiografia di sinistra e di tutto l’apparato culturale ad essa collegato.

Semplificando, è possibile individuare tre gruppi di attori sulla scena politica che caratterizzava i primi anni dello stato unitario successivi all’esperienza risorgimentale (pur tenendo in debita considerazione il ridotto accesso dell’epoca alla partecipazione elettorale e la conseguenze scarsissima partecipazione delle masse alla vita politica della Nazione): i liberali ed i loro alleati, collegati alla monarchia ed espressione di una cultura riformatrice in un contesto conservatore, i democratici ed i socialisti, collegati all’idea di un Risorgimento incompiuto e lontano dalle grandi masse contadine ed operaie, ed i cattolici, obbedienti alla decisione della Chiesa di tenersi alla larga da uno Stato considerato usurpatore. Ognuno di questi attori aveva certamente delle ragioni da addurre, che sarebbero in questa sede troppo lunghe e complesse da esaminare, ma è fuori di dubbio che non si vede, in tutto ciò, alcuna unità, alcun senso condiviso della Nazione, non si vede la consapevolezza che era sorta una casa comune per tutti coloro che abitavano lo stivale, anche se, in verità, questa esigenza era sentita singolarmente da molti e vissuta con emozione e speranza.

Le occasioni per dare agli abitatori della penisola la consapevolezza di essere un popolo vennero cercate più all’esterno che all’interno del Paese, nelle infauste guerre coloniali di fine Ottocento, nella guerra di Libia e, soprattutto, nella Grande Guerra, vista da molti come l’occasione per far diventare l’Italia una Nazione con la “n” maiuscola.

Sappiamo bene come andò a finire: la guerra, pur vinta con onore sui campi di battaglia e nelle trincee al prezzo di centinaia di migliaia di vite umane, si trasformò, a causa della “mutilazione” della vittoria determinatasi con gli accordi di Versailles (dove Francia e Inghilterra si spartirono, a nostro danno, l’intero bottino coloniale degli imperi centrali sconfitti), in una disfatta interna, in un’accentuazione delle divisioni e dei contrasti che portò l’Italia sull’orlo del baratro di una guerra civile e che finì per sfociare nella Marcia su Roma nel Ventennio fascista.

Il Fascismo, a sua volta, rendendosi conto del problema e riconoscendo la frattura originaria che aveva caratterizzato il Risorgimento, cercò di rifondare l’idea di Nazione sulla vittoria nella Grande Guerra, come si vide nelle celebrazioni del 1932, quando i pochi garibaldini ancora viventi vennero fatti sfilare separati dalle Camicie Nere e dagli Arditi, gruppi d’assalto che rappresentavano l’immagine ideale del combattente della guerra appena finita, nella quale il Fascismo cercava di trovare radici nuove e condivise per la Nazione.

L’operazione mussoliniana, però, come rileva Cammi, “fu essenzialmente retorica e finì sciaguratamente per confondere spirito nazionale e spirito nazionalistico, che sono due cose ben diverse, in quanto il primo cerca una legittima identità all’interno di valori sociali e culturali condivisi, cioè cerca i motivi dello stare insieme di un popolo, ed è quindi un valore legittimamente affermato, mentre il secondo cerca questa identità contro i valori e gli interessi legittimi degli altri popoli, e quindi si presenta con la faccia aggressiva dell’imperialismo” [4].

Si può non condividere questa analisi di Marco Cammi, ma dobbiamo comunque rilevare che, non a caso, il periodo storico di riferimento per eccellenza del Fascismo fu quello della Roma imperiale, sia pure rievocata con metodi e stili che spesso sfociarono nella teatralità.

L’idea di nazione, insomma, aveva fatto la sua comparsa in occasione di vicende belliche, di sacrifici e sofferenze di ogni genere, e avrebbe finito per condurci, con tutto l’apparato retorico della Nazione belligerante, ad un 8 Settembre di divisioni e contrasti che riprendevano i temi delle lotte di vent’anni prima e che, temporaneamente sopiti e congelati dall’apparente normalità e normalizzazione politica del Ventennio, sarebbero tornati prepotentemente alla ribalta subito dopo la fine del conflitto e la caduta di Mussolini.

Tutto questo va tenuto ben presente se si vuole comprendere la violenza della lotta che caratterizzò, sia nei fatti che nelle posizioni culturali e politiche, la società italiana del dopoguerra, scaturita dalla Costituente e dalle elezioni politiche dell’Aprile del 1948, che ci consegnarono un Paese spezzato nettamente in due tronconi e rappresentato da due partiti che avevano visioni dell’uomo, della società e dell’economia totalmente contrapposte.

In quel clima da guerra fredda, gli Italiani furono comunisti o democristiani, furono filoamericani o filosovietici, prima ancora che Italiani.

Per ambedue gli schieramenti, però, il termine “nazione” era divenuto privo di appeal, ed era utilizzato soprattutto in forma polemica per accusare l’avversario di vendersi al nemico, all’orso sovietico o al perverso zio Sam.

In questo senso i partiti furono veramente espressione di questa identità monca, interpreti di quella divisione profonda che trova, secondo le tesi di Cammi, la sua radice profonda nei due Risorgimenti.

Anche in questo caso si cercò un elemento di conciliazione, rappresentato dalla Resistenza, i cui discussi e discutibili meriti vennero però amplificati ed usati sempre più retoricamente, fino a perdere il loro valore reale a favore di un uso strumentale che finì per inaridirne, nella coscienza popolare, il significato originario di lotta comune per la libertà e per divenire semplicemente il collante esteriore di forze politiche sempre più lontane da quei valori tanto esaltati a parole, quanto traditi nei fatti.

Come ha sottolineato Rosario Priore[5], in Italia c’è sempre stato un ambito, un contesto, chiamiamolo come vogliamo, di violenza diffusa; un livello di violenza di gran lunga superiore a quello degli altri paesi europei, che ha assunto in molti casi quasi caratteristiche di endemicità.

In Italia, secondo le tesi di Priore, gli odi e le violenze appaiono quelli propri delle guerre civili. Anche in Spagna e in Grecia, per citare due esempi a noi vicini, si è passati attraverso la drammatica esperienza delle guerre civili, ma solo in Italia il clima di guerra si è prolungato nel tempo, resistendo addirittura per decenni e dimostrando di non essere del tutto scomparso neanche ai nostri giorni. In Italia, sottolinea sempre Priore, “la violenza è diffusissima nel nostro paese: è politica, sindacale, sociale, la si vive persino nei rapporti tra i singoli. La violenza è il segno che ci connota. Negli altri paesi non ci si spinge mai a scontri tanto cruenti da arrivare, nei casi estremi, all’eliminazione fisica. Da noi, una persona di diversa ideologia si trasforma immediatamente nel nemico. Negli altri paesi dell’Occidente, invece, il conflitto esiste, certo, ma è il sale della democrazia, perché c’è condivisione dei valori di massima, c’è coesione sugli interessi essenziali, c’è un diffuso rispetto del principio di legalità. Insomma, negli altri paesi dell’Occidente, il conflitto non è inteso come progetto lacerante di ogni tessuto civile” [6].

“Nel nostro paese – continua Priore – il confine è stato spesso superato sfociando nella violenza pura dello scontro armato, sanguinoso. È successo per un vizio tutto italiano, una sorta di incapacità ad accettare l’altro, a riconoscere il diritto dell’altro all’esistenza. Un vizio che ha radici antiche di secoli. Una tradizione di conflitti che si è rafforzata nel cuore del XX secolo a causa di un’altra peculiarità italiana, questa volta geopolitica: la nostra situazione di paese di frontiera, dove durante la Guerra Fredda si sono scontrate le grandi ideologie del Novecento e addirittura fronteggiati i blocchi militari delle massime potenze, dotati di arsenali nucleari”. [7]

La violenza politica che caratterizzò l’immediato dopoguerra fu, nei fatti, una prosecuzione con altri mezzi della violenza che aveva caratterizzato, nel già di per sé drammatico scenario della II° Guerra Mondiale, i terribili e lunghi mesi di guerra civile che, fra il Settembre del 1943 e l’Aprile del 1945, avevano visto contrapporsi e combattere nelle regioni centro-settentrionali da un lato l’Esercito Nazionale Repubblicano della Repubblica Sociale Italiana e le truppe della Wehrmacht ad essa alleate e dall’altro le formazioni partigiane del C.L.N., composte da varie anime, ma di fatto egemonizzate dai comunisti, e supportate dal debole esercito badogliano del Sud e dalle divisioni alleate intente nella loro lenta e tutt’altro che facile avanzata verso Nord.

Come è ben noto, anche se la Storia ha iniziato in tempi relativamente recenti e non senza difficoltà ed impedimenti di natura ideologica ad affrontare in modo organico il problema (grazie soprattutto ai coraggiosi saggi di Giampaolo Pansa), la violenza della guerra civile non si è trasformata in automatico, nell’Aprile del 1945, come per incanto, in violenza politica (e da lì nelle fasi successive di scontro politico e diconfronto politico), ma una lunga scia di sangue ha indelebilmente segnato le coscienze degli Italiani nei primi anni del dopoguerra. Dal 1945 fino almeno al 1949, infatti, soprattutto nelle regioni del Nord, andarono avanti senza sosta gli omicidi politici ed i regolamenti di conti perpetrati con metodo ed in maniera organizzata da vere e proprie formazioni paramilitari legate al Partito Comunista Italiano. Vi era chiaramente la volontà, da parte dell’ala più oltranzista di quest’ultimo, facente capo a Pietro Secchia, di scardinare la scelta di campo dell’Italia postbellica nell’ambito del blocco occidentale impostaci de facto dagli accordi di Yalta e di preparare il terreno per una da loro auspicata sovietizzazione della penisola. Da qui la necessità dell’eliminazione fisica di migliaia di partigiani “bianchi” (che avevano militato, durante la guerra civile, in formazioni di ispirazione cattolica o comunque non rientranti nell’ambito di quelle controllate e gestite dal P.C.I.) e di numerosissimi ex esponenti politici e militari della Repubblica Sociale Italiana. Venivano però indiscriminatamente colpiti in molti casi, soprattutto nel famigerato Triangolo Rosso dell’Emilia, anche semplici impiegati statali, piccoli funzionari della pubblica amministrazione o persone semplicemente sospettate di aver simpatizzato o collaborato con le autorità della disciolta R.S.I.

Emblematico è stato il caso della famigerata Volante Rossa, la principale e la più nota di queste formazioni. Il suo nome per esteso, come ci attesta Roberto Roggero[8], era “Volante Rossa Martiri Partigiani” e venne costituita a Milano dall’ex comandante partigiano Giulio Paggio (noto come “Alvaro”), reclutando numerosi reduci delle Brigate Garibaldi, in particolare della 110°, 116°, 117° e 118°. Costituitasi dietro l’apparente e innocua facciata di associazione culturale e ricreativa, con tutti gli appoggi logistici, materiali e finanziari del partito, si stabilì nella Casa del Popolo di Via Conte Rosso a Lambrate. L’attività che svolgeva alla luce del sole consisteva nell’effettuare piccoli trasporti di vario genere per conto terzi, mentre di notte metteva in pratica assalti, esecuzioni sommarie e omicidi mirati, seminando in modo terroristico ed eversivo il terrore, in una sorta di strategia della tensione ante litteram. Sotto i suoi colpi caddero giornalisti, ex militari e molte donne, vittime spesso anche di violenza sessuale prima della loro esecuzione.

Anche se la verità “ufficiale” vuole la Volante Rossa come una scheggia impazzita partorita dal caos e dalla violenza del dopoguerra, i suoi legami con la federazione milanese del P.C.I. erano tali da permettere di scoprire, più avanti, che il partito non si era limitato a ispirarla e ad agevolarla, ma che se ne era addirittura servito per organizzare falsi attentati e linciaggi pubblici ispirati da una regia occulta e finalizzati a generare nella popolazione paura, insicurezza, timore di una “restaurazione” autoritaria, facendone apparentemente ricadere la colpa sugli avversari politici.

La scelta di campo della giovane democrazia italiana era però stata decisa e stabilita a tavolino in modo inequivocabile con gli accordi di Yalta: la nostra nazione era stata destinata a collocarsi nel blocco dei paesi occidentali sotto la diretta influenza degli Stati Uniti d’America. E di questo ne era ben consapevole Palmiro Togliatti, che seppe abilmente muovere i suoi passi, dovendo rinunciare al governo del Paese, e quindi al controllo del potere esecutivo, in altre direzioni, garantendo al P.C.I. il controllo di buona parte del potere giudiziario e di ampi settori della cultura, dell’informazione e della formazione scolastica e universitaria. Controllo che, come vedremo, mai verrà a mancare e che risulterà determinante in tutte le vicende che hanno caratterizzato la storia della Repubblica dal dopoguerra ad oggi.

Nonostante comunque i numerosi tentativi di sabotaggio e di rovesciamento degli equilibri che hanno caratterizzato i primi anni della Guerra Fredda, Yalta ha comunque retto, con indiscussi benefici per tutti i paesi dell’Europa Occidentale, e di conseguenza per gli altri continenti e le altre aree del mondo cosiddetto “libero”. Il suo limite, semmai, era l’aspetto assolutamente rigido dell’accordo, che sanciva e consacrava l’assetto geografico e geo-politico del nostro continente a costo dell’intervento militare. A prescindere dalle ideologie e dalle prese di posizione personali, come sottolinea Rosario Priore, era “un ordine comunque fondato, come quasi sempre nella storia, sulle baionette” [9].

L’Italia uscita dalla II° Guerra Mondiale ha rappresentato un caso anomalo nel contesto dei paesi “occidentali”. Rientrava di fatto, sulla base degli accordi di Yalta, nella sfera di influenza americana e nel blocco “occidentale” (da qui l’adesione alla NATO, la North Atlantic Treath Organization), ma aveva una scena politica caratterizzata dalla presenza e dall’influenza del più grande, potente e meglio organizzato partito comunista dell’intero Occidente, il P.C.I. Stiamo parlando di un partito capace di catalizzare in modo diretto il voto di oltre un terzo dell’elettorato, ma di coinvolgere e di influenzare, in maniera meno diretta ma altrettanto efficace(attraverso una capillare influenza su ampi settori della società, da quello della formazione scolastica e universitaria a quello dell’informazione, da quello della cultura a quello dell’arte, per non parlare del suo dominio quasi incontrastato sulle organizzazioni sindacali) circa il 50% del popolo italiano. E, siccome il P.C.I. è sempre stato, dalla sua nascita fino allo strappo di Berlinguer, una diretta emanazione del P.C.U.S. (il Partito Comunista dell’Unione Sovietica), dipendendo in tutto e per tutto delle sue linee strategiche e della sua volontà, possiamo arrivare a fare questa considerazione: dal 1945 fino agli anni ’80 circa la metà degli Italiani è stata condizionata (seppur con diversi gradi di consapevolezza) nelle proprie scelte quotidiane, nel proprio modo di pensare e di intendere il mondo e la società, da una potenza straniera de facto nemica, e quindi formalmente ostile alle istituzioni della Repubblica e ai suoi accordi internazionali.

Questa constatazione ci è fondamentale per comprendere buona parte delle ragioni della profonda instabilità della politica italiana nei primi decenni di storia repubblicana e i motivi di fondo della strategia della tensione che ha caratterizzato gli anni ’60 e ’70. È inutile negarlo, quanto è inutile girarci intorno: l’Italia è stata per decenni il fronte più caldo della Guerra Fredda, guerra che sul nostro territorio è stata aspramente combattuta, non con le armi nucleari, ma con le armi dell’intelligence, con lo spionaggio, con il costante condizionamento delle scelte politiche e con il drammatico ricorso al terrorismo.

Basterebbe apparentemente solo questa constatazione a spiegare le tante tragedie e le tante pagine oscure della nostra storia recente; per spiegare le ragioni della crisi, sempre più progressiva, della nostra democrazia e del persistere pluridecennale di un Paese drammaticamente diviso a metà, e le ragioni quindi di quella mancata coesione nazionale che ha sempre impedito agli Italiani di guardare verso traguardi ed obiettivi di comune interesse, verso insomma il bene comune. Ma, come vedremo, si tratterebbe di una spiegazione semplicistica e riduttiva.

Anche se, in effetti, i comunisti italiani, dal 1948 in poi, al di là delle parole d’ordine gridate nei cortei e nei comizi elettorali, non si sono mai proposti di rovesciare il regime democratico o di attaccare in armi gli Stati Uniti o le strutture della N.A.T.O. Come osserva Luciano Cafagna nel suo saggio La grande slavina[10] “(…) questo era il vero obiettivo della politica togliattiana, piantare le tende per un numero indefinito di inverni fuori dalle mura, all’aperto: la strategia attendista di una lunga “guerra di posizione”, avente come obiettivo non la conquista del potere, ma neanche un diverso regime, una “democrazia progressiva”, della quale tanto si parlava, ma della quale restava poi sempre problematico spiegare esattamente cosa fosse”.

Cafagna, nella sua analisi, non tiene però conto del numeroso “esercito” togliattiano che, mentre al di fuori delle mura si protraevano questo assedio senza fine e questa “guerra di posizione”, operava indisturbato all’interno della città assediata, penetratovi con i “cavalli di Troia” delle urne elettorali e della rappresentanza sindacale. Ma questa è stata comunque questa, nei fatti, la linea di Palmiro Togliatti, fatta propria da tutti i suoi successori, fino ad arrivare poi all’Euro-Comunismo di Berlinguer, che l’abbracciò con motivate convinzioni personali e la fece propria per puntare al raggiungimento del suo progetto politico di strappo dall’ortodossia del P.C.U.S. “Tuttavia – come osserva Rosario Priore – la partita sul grado di fedeltà o di infedeltà atlantica dell’Italia ha pesato molto, perché da noi il terreno era assai favorevole a un gioco di questo tipo. Vuoi perché la nostra politica estera è sempre stata caratterizzata da una tradizione di giri di valzer. Vuoi perché l’Italia era già di per sé divisa al suo interno in due blocchi politici – comunista e anticomunista -, i quali si rifacevano ai rispettivi schieramenti internazionali, che li spalleggiavano. La crescita dell’influenza del P.C.I. nella politica italiana e il controllo da parte sua di talune leve del potere – in qualche regione addirittura in una posizione di predominio economico e politico – avrebbero potuto determinare anche uno spostamento dell’asse della nostra politica estera” [11].

E la strategia della tensione che per molti anni ha drammaticamente segnato la nostra storia fu sostanzialmente finalizzata a voler prevenire ed impedire un eventuale spostamento in tal senso. Come sottolinea sempre Priore, “il cambiamento dell’assetto interno di un paese collocato in un’area strategica, quale era l’Italia in quegli anni, avrebbe comportato un cambiamento dell’equilibrio non solo nello scacchiere mediterraneo, ma anche in quello europeo, con effetti a catena sull’intera Alleanza Atlantica” [12]. “Non dimentichiamo infatti – osserva sempre Priore – che, nell’ambito europeo, allora l’Italia era una potenza. Non solo perché godeva di una rendita di posizione dal punto di vista geostrategico, ma anche perché aveva compiuto un forte balzo economico, passando dalla condizione di paese sconfitto in guerra a nazione in grado di competere addirittura con i vincitori, la Gran Bretagna e la Francia” [13].

La profonda crisi degli ultimi anni, determinata da un salto di qualità della grande speculazione internazionale e dal rovesciamento degli equilibri geopolitici e geostrategici innescato dal crollo del Muro di Berlino, dalla crisi e dal dissolvimento dell’Unione Sovietica, e proseguita con il crescente e inesorabile declino degli Stati Uniti e con l’affermazione della Cina e del gruppo dei Paesi del BRICS come nuovi importanti attori sul teatro dell’economia e della politica globale, ha enormemente accelerato i piani ed i programmi del Nuovo Ordine Mondiale.

Ovunque, tranne in pochissimi Stati Sovrani che ormai si contano sulle dita di una mano, è la grande finanza a dettare legge sulla politica, e stiamo assistendo alla progressiva spoliazione delle risorse delle nazioni, attanagliate da vincoli economici capestro e dal ricatto di organismi come il Fondo Monetario Internazionale, all’abbattimento dello stato sociale e ad una crisi generalizzata della democrazia. É in atto da tempo uno strisciante piano per scardinare e disgregare le identità nazionali dei popoli e per omologare verso il basso, verso un livello quasi sub-umano, la cultura e la coscienza dei popoli. E i burattinai stanno scendendo direttamente in campo, perché evidentemente non si fidano più dei loro burattini (i politici).

In Italia, dopo la cancellazione mediatico-giudiziaria, avvenuta vent’anni fa con la farsa di Tangentopoli, di un’intera classe politica (magari corrotta, sì, ma che almeno faceva l’interesse della Nazione), abbiamo constatato sulla nostra pelle come essa sia stata sostituita con un’altra classe politica (formata per lo più da ex portaborse di bassa lega) ancora più corrotta e che, invece di fare l’interesse della Nazione, fa solo quello dei grandi poteri della finanza internazionale.

Con l’artificiosa e voluta impennata esponenziale del debito pubblico, verificatasi dopo il divorzio fra la Banca d’Italia e il Tesoro nel 1981, con la definitiva privatizzazione della Banca d’Italia nel 1992, con l’ingresso nel circuito dell’Euro e la ratifica sciagurata di trattati internazionali sempre più vincolanti e penalizzanti, abbiamo man mano perso per strada pezzi importanti della nostra sovranità, di tutte le nostre sovranità. Le industrie e le piccole e medie imprese, tradizionale motore economico del nostro Paese, stanno chiudendo una dopo l’altra, strangolate da un’inaudita pressione fiscale, e la disoccupazione, la distruzione della classe media e la povertà sono divenute ormai un allarme sociale. Per la prima volta nella nostra storia, la nuove generazioni hanno meno prospettive e meno aspettative delle precedenti.

L’Italia sta inesorabilmente affondando, come del resto buona parte dell’Europa, e nessun governo ha predisposto delle scialuppe di salvataggio. E più la montante protesta si fa sentire, più la gente scende nelle strade e nelle piazze, e più vengono varate dai governi di turno misure repressive. E, nel goffo tentativo di arginare la rivolta e di canalizzare e imbrigliare la rabbia e la protesta popolare, vengono creati ad arte personaggi come Beppe Grillo e Matteo Renzi.

Viviamo nella fase dell’abiezione, come ha evidenziato Alfonso Luigi Marra, nella fase della “rivoluzione per non cambiare”. Stiamo infatti assistendo agli ultimi tentativi del sistema di “ottimizzarsi”, di salvare il salvabile per non crollare. Ma il sistema si regge su fondamenta ormai marce, e finirà inevitabilmente per implodere, per crollare su se stesso.

Grazie al crescente uso di Internet, il sistema non riesce più ad omologare l’informazione, a filtrarla e a controllarla. I grandi media di regime omologati con il sistema non sono più ormai i soli a diramare le informazioni. Decine di migliaia di siti indipendenti e di blog stanno infatti contribuendo, quotidianamente, a diramare verità molto più scomode ad un sempre crescente numero di persone. Anche se la televisione-spazzatura resta per il momento un’arma ancora saldamente nelle mani del sistema, essa sta gradualmente perdendo il suo primato.

Questo aumento della consapevolezza sta generando una miscela potenzialmente esplosiva che presto i vari Casaleggio, Grillo e Renzi non saranno più in grado di arginare e di contenere. Ne verranno inevitabilmente travolti.

Il caso dei poliziotti che si tolgono il casco davanti ai manifestanti è solo un piccolo esempio di ciò che può succedere quando il 99% del popolo si trova sulla stessa barca, dalla stessa parte della barricata. Anche un poliziotto o un carabiniere, con uno stipendio di 1200 Euro, ha figli da vestire e da sfamare, e magari un mutuo che non riesce più a pagare. E, in più, rischia la vita ogni giorno nelle strade. Oggi più che mai è attuale quanto scrisse Pasolini nel ’68, ma con una sostanziale differenza. Sta venendo meno quella contrapposizione pasoliniana fra poliziotti “figli del popolo” e studenti “figli di papà”. Oggi sono entrambi “figli del popolo”, figli di un popolo disperato su una barca che affonda.

Ed è oggi, quindi, che si assiste a un qualcosa che fino a pochi anni fa era impensabile e inimmaginabile: alla caduta degli steccati ideologici, delle pregiudiziali, di quelle barriere di odio create e imposte dal sistema per dividere i Cittadini. Il “dividi et impera” sul quale il sistema si è sempre retto e sostenuto sta venendo meno, si sta sgretolando. E questo avviene in Italia come in Grecia, in Francia come in Spagna, in Ungheria come a Cipro. I popoli stanno ritrovando una loro unità e stanno rialzando la testa e stanno delegittimando quei poteri che fino ad oggi li hanno vessati e condizionati.

Ma sarà molto probabilmente l’involuzione climatica, come sostiene Marra, ad accelerare la caduta del sistema, a decretarne lo sfaldamento e la distruzione. Ma gli ultimi colpi di coda di questo sistema morente saranno particolarmente violenti e pericolosi e dobbiamo essere pronti a prevenirli, ad affrontarli e a fronteggiarli prima che per l’umanità possa finalmente avere inizio una nuova era che ci auguriamo possa essere migliore di quella che abbiamo vissuto. 

Nicola Bizzi

http://www.signoraggio.it/le-origini-e-le-cause-di-un-paese-diviso-una-anomalia-tutta-italiana/

Commenti

Post più popolari