La crisi economica non fa sconti a nessuno, si comprimono i salari della classe lavoratrice anche in Germania.

La crisi economica non fa sconti a nessuno, si comprimono i salari della classe lavoratrice anche in Germania. 

(Bruno Rosso)

Complici le sempre più consistenti ondate migratorie, che creano “eserciti di riserva” di manodopera straniera a basso costo (situazione comune a tutti i paesi Ue avanzati), i redditi complessivi dei ceti popolari tedeschi non consentono affatto alla Germania di diventare la “locomotiva dei consumi” di cui avrebbero bisogno gli altri paesi Ue – soprattutto i Piigs – per risollevare il proprio Pil.
I dati più recenti mostrano, in modo inappellabile, un aumento consistente delle diseguaglianze sociali tra classi e regioni e conseguentemente una rapida crescita dei cosiddetti “poveri”, ovvero di quei corposi segmenti di popolazione incapaci di produrre un reddito superiore agli 848 euro al mese (1.278 per le coppie ). Dal 2006 ad oggi, gli “indigenti” ufficialmente censiti sono passati dal 14 al 15,2%. In alcune aree del Paese, come nei land dell’Est o nella città di Brema si supera anche il 10%. Persino nella capitale, Berlino, che pure gode fama di grande vivibilità, la percentuale sale al 21,2%, 2,5 punti in più del 2008.
Una ragione strutturale sta nella forte immigrazione dai paesi dell’Est europeo, che ovviamente contribuisce ad abbassare in modo drastico gli standard salariali. Un fenomeno cui concorrono ormai anche molti italiani, greci, spagnoli e portoghesi soprattutto giovani e ben laureati. L’altra ragione strutturale è l’esistenza dei mini-job, lavori part-time per cui i datori di lavoro godono di sovvenzioni statali. Non se la passano meglio neanche i pensionati, oltre il 30% prende il minimo, 688 euro al mese.
Più in generale, per ciò che riguarda le performance complessive dell’economia teutonica, occorre ricordare che, per la prima volta, la Germania si è vista costretta a fare i conti con un calo della produzione e dell’export. Più d’un quarto delle imprese tedesche ha subito un taglio di posti di lavoro per il 2013, e appena un venti per cento tra gli imprenditori è ancora convinto di poter creare posti di lavoro. Per un’economia come quella tedesca che aveva costruito le sue performance sull’export di qualità negli altri paesi dell’ eurozona si è trattato di un primo, consistente campanello d’ allarme.

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