Giungla d'appalto

PREFAZIONE: come parlava bene una volta il sindacato.........come"razzola" male oggi

Giungla d'appalto

di Roberto Greco
Buste paga truccate, orari a dismisura, diritti negati, soprusi e costrizioni, infortuni a ripetizione, subappalti a cascata, infiltrazioni mafiose. È lungo il cahier des doleances sindacale contro Fincantieri, il colosso navalmeccanico pubblico, che dopo le pesanti ristrutturazioni degli anni novanta, costate migliaia di posti di lavoro, è di nuovo competitivo e in espansione. 
Ma il prezzo da pagare, per chi lavora negli appalti, resta alto. “È come se all’interno di ogni cantiere del gruppo – spiega Giorgio Molin, segretario della Fiom di Venezia – convivessero due mondi paralleli: il primo, con gli addetti in regola, le tutele garantite, le rappresentanze sindacali. 
Il secondo, dove la norma è l’illegalità, con un’esasperata frammentazione del lavoro e il personale in nero, privo dei più elementari diritti”. È il mondo dell’indotto, vietato ai sindacati, con l’85 per cento di imprese sotto le 15 unità, cui non si applica lo Statuto dei lavoratori. In passato, il problema era marginale, perché la percentuale delle lavorazioni in appalto era bassa. “Oggi – afferma Piero Aquilino, coordinatore Fiom alla Fincantieri di Genova Sestri – siamo arrivati a quote del 70 per cento del ciclo produttivo, con subappalti di secondo e terzo livello, mentre i dipendenti Fincantieri non arrivano a fare neanche un terzo delle lavorazioni di una nave: paradossalmente, se non ci fossero gli appalti, non si potrebbe più costruirne una”.

L’esternalizzazione d’attività è così accentuata che non riguarda solo gli interni delle navi, ma anche parti dello scafo, lavorazioni ad alta tecnologia e ricerca. “Fincantieri – continua Aquilino – agisce ormai da capocommessa, ha rapporti commerciali con fornitori di impianti chiavi in mano, stando bene attenta a non far entrare il sindacato negli appalti, ricorrendo a stratagemmi di ogni tipo”. Come la pratica della liberatoria, in auge fino all’anno scorso, per impedire il passaggio di lavoratori da un’impresa all’altra, tenendoli sempre sotto controllo. “Tutta l’operazione – rileva Molin – avveniva con la regia di Fincantieri, la quale, messa alle strette dalla denuncia di un operaio di Monfalcone, stanco di essere ostaggio del datore di lavoro, ha dovuto ammettere in tribunale che lo faceva per calmierare il livello dei salari, evitando così forme di concorrenza all’interno del cantiere”. Non meno intollerabile è la cosiddetta “paga globale”. “Fincantieri – spiega Molin – ha messo in atto, con la complicità di commercialisti senza scrupoli, un sistema sofisticato. Una busta paga all’americana, dove a essere riconosciuto è solo il minimo salariale, mentre tutto il resto viene monetizzato, finendo sotto la voce diaria. Tutte le altre componenti del salario scompaiono, assieme ai diritti. Alla fine, si produce un’orribile evasione fiscale e contributiva che ha inevitabili ricadute sul Welfare, privando i lavoratori del sistema di protezione sociale”.

Ma le vessazioni operate su chi opera negli appalti sono di ogni tipo. Soprattutto verso i più giovani, assunti ai gradini più bassi, ma chiamati a svolgere mansioni professionalmente elevate, fino al sesto livello. “Ciò ha permesso al gruppo – nota Molin – di abbassare notevolmente il costo del lavoro, aumentando a dismisura i profitti”. Negli ultimi anni, ad affollare l’indotto, sono arrivati molti extracomunitari, per lo più al nero. “Eseguono le attività più pericolose sulle parti più difficili della nave – osserva ancora Aquilino –: spesso sono operai specializzati, quasi tutti croati, con una tradizione cantieristica alle spalle”. I benefici per le ditte in appalto sono molteplici, perché si tratta di manodopera qualificata, a basso costo e facilmente ricattabile sul piano dei diritti. “Siamo riusciti a fatica sindacalizzarne una cinquantina – precisa Molin –, ma la strada da fare è lunga. Perciò la battaglia che lanceremo nel prossimo contratto sarà la negoziazione di sito, ricomponendo il processo produttivo a livello di filiera, per riconoscere diritti e tutele sia ai lavoratori diretti che a quelli in appalto”.

Stando così le cose, è quasi inevitabile che sia basso il livello di sicurezza nei cantieri. Ciò è dovuto alla nocività delle lavorazioni, ma spesso a causa di orari incontrollati, che hanno provocato a marzo l’ultimo incidente mortale nel gruppo a Marghera, vittima un lavoratore brasiliano. “Nel cantiere di Monfalcone – dice Massimo Masat, segretario della Fiom di Gorizia – gli infortuni sono in aumento. Nel 2003 se ne sono contati 1.200, di cui 500 hanno coinvolto lavoratori diretti e 700 quelli degli appalti, 20 in più rispetto all’anno precedente”. Una casistica precisa degli incidenti è impossibile, dato che molti sfuggono a ogni tipo di controllo. La difficoltà maggiore per il sindacato consiste proprio nel riuscire a individuare gli infortuni avvenuti, in particolare nell’indotto. “Spesso – spiega Masat –, se l’infortunio è lieve, l’azienda preferisce mandare a casa il lavoratore, piuttosto che avviare la denuncia. Così molti incidenti sono spacciati per infortuni domestici. La verità è che dovremmo essere in grado di monitorare tutti gli ospedali della provincia, visto che sappiamo di operai del nostro cantiere ricoverati a Palmanova, a 50 chilometri di distanza”. “Da noi l’entità degli incidenti è bassa – afferma Agostino Levantino, coordinatore Fiom alla Fincantieri di Palermo –, perché oltre l’80 per cento delle lavorazioni viene fatta dai dipendenti e solo il 10 va in appalto, contrariamente al passato, quando tale percentuale toccava il 40. Tutto questo accade perché oggi lavoriamo al 60 per cento delle nostre potenzialità”.

Dietro la proliferazione del lavoro sommerso, è arrivata, anche nei porti del Nord, ogni forma di racket, dalle armi alla droga. E alla fine, a pagarne le conseguenze, sono lavoratori e sindacalisti. Non si contano più le intimidazioni ricevute. “La situazione è peggiorata negli ultimi due anni – rivela Masat –, ma molti hanno paura a far denuncia. Tempo fa mi sono accorto di essere pedinato di sera fino a casa e ho avvertito le forze dell’ordine. Temo per i miei, dato che abito in una zona isolata. Non va meglio a un mio collega dell’ufficio vertenze, che, dopo essere stato a lungo oggetto di minacce, è stato avvicinato da un dirigente aziendale che gli ha offerto la sua “protezione””. Per porre fine a tutto questo, a giudizio del sindacato, la strada è una sola: estendere a tutti i cantieri del gruppo il protocollo di legalità siglato a Palermo nel ’98. “Con l’applicazione di quell’accordo – conclude Levantino –, cui ad aprile ne abbiamo affiancato un altro riguardante tutte le ditte d’appalto che operano per conto di armatori nel porto, la situazione è tornata sotto controllo. Questo, grazie soprattutto all’opera di vigilanza di lavoratori e delegati del cantiere, pronti a segnalare ogni eventuale anomalia”.

http://archivio.rassegna.it/2004/lavoro/articoli/fincantieri.htm



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