Si’ viaggiare: L’insostenibile leggerezza di stravolgere i termini lessicali: lavaggio del cervello

Si’ viaggiare: L’insostenibile leggerezza di stravolgere i termini lessicali: lavaggio del cervello

Si’ viaggiare: L’insostenibile leggerezza di stravolgere i termini lessicali: lavaggio del cervello
 (Signini)
I viaggi sono all’origine dell’evoluzione umana. La ricerca di un nuovo orizzonte, oltre a quello che i primi esseri umani avevano davanti agli occhi, ha mosso generazioni di avventurieri i quali, al rientro, narravano le cose viste e vissute destando un interesse inimmaginabile nel prossimo. Fortunatamente, come Natura vuole, ad effettuare gli spostamenti sono sempre state persone sen­sibili, dotate di maggiori capacità rispetto alla media.
Diverso discorso va fatto per capire i flussi migratori. 
Questi hanno una
origine ben diversa.
 Ed un impatto anch’esso ben diverso.
Alla voce emigrazione nei comuni vocabolari si legge, generalmente: spostamento di una persona dal proprio luogo di nascita ad un altro per motivi di lavoro. 
La stessa emigrazione può essere interna, quando si svolge all’inter­no della medesima Nazione ma può essere esterna quando ci si sposta da una Nazione presso un’altra.
 Quindi, quando una persona a noi conosciuta ci annun­cia di essere in procinto di lasciare l’Italia per andare a lavorare negli Stati Uniti d’America – ad esempio – ai nostri occhi questa persona è in procinto di EMIGRARE dall’Italia. 
Ma, una volta che questa persona sbarca negli USA, agli occhi di una persona statunitense sarà una persona IMMIGRATA. 
Se poi, questa persona che ha deciso di partire dall’Italia per andare negli USA, decidesse di effettuare il viaggio passan­do per Londra, allora una persona londinese la definirà MIGRANTE, in quanto il suo percorso verso gli USA non è ancora compiuto.
Questa elementare spiegazione serve a capire il passaggio successivo: chi può essere definito/a clandestino/a? E quando è corretto usare il termine clandestino/a?
Molto spesso sentiamo, soprattutto all’interno dei dibattiti radio-televisi­vi incentrati sulla questione, una stranissima definizione: immigrato/a clande­stino/a. Mai nulla di più assurdo!

Per definizione, sempre attingendo dal vocabolario della lingua italiana ma sarebbe lo stesso attingere a quello di una qualsiasi altra lingua conosciuta, clandestino/a significa letteralmente nascostamente. Allora, come mai si usa la definizione immigrato clandestino od immigrato irregolare se tale definizione non ha alcun senso, anzi è in netto contrasto? È presto spiegato: pronunciare immigrato clandestino pone l’ascoltatore in un vicolo cieco. 
Facciamo un esempio, ponendo il caso che io sia apertamente propenso all’ingresso di chiunque sul territorio nazionale. E poniamo il caso che ad ascol­tare il discorso sia una persona non affatto d’accordo con me. 
La migliore operazione lessicale che io possa condurre è spiazzare l’in­terlocutore facendolo cadere in una trappola, una specie di ossimoro da cui non riuscirà ad evadere. Sarà sufficiente pronunciare proprio la formula immigrato clandestino. Così, io loobbligherò a prendere il discorso partendo o dal primo termine (immigrato) o dal secondo (clandestino). 

Se l’interlocutore dovesse partire con IMMIGRATO allora non mi reste­rebbe altro che sfruttare la positività insita nel termine e quindi farlo apparire come un essere spregevole che vuole tenere lontano dal suo territorio le persone che per motivi di lavoro desiderano giungere in Europa (Italia). Rincarando, poi, la dose facendo appello ai primi immigrati (interni) che si spostavano dal Sud d’Italia verso il Nord industrializzato. 

Se invece l’interlocutore dovesse partire col termine CLANDESTINO allora non mi resterebbe altro che procedere nella medesima direzione di cui so­pra col solo accorgimento di puntare, stavolta, su temi quali necessità di fuga da una zona di guerra, avverse condizioni insistenti nel luogo di partenza, perse­cuzione religiosa od altro. Così facendo, farò nuovamente apparire il mio inter­locutore come un essere insensibile, algido, nazionalista ed egoista. 
Come è evidente, in nessuna delle due ipotesi si fa informazione, di con­tro, si ottiene solamente un controllo sulle menti di chi ascolta. 

È scontato! Qualche persona sarà pronta a contrastare questa versione e senza dubbio sarà pronta a dichiararsi intellettualmente indipendente e capace di poter pensare in maniera autonoma, ma così non è. Nessuna persona, o quasi, ha mai sentito parlare del Piano Kalergi ed ancora meno persone conoscono i nomi dei due vincitori recenti del premio Kalergi, sebbene siano sempre in pri­ma pagina ed appaiano regolarmente sui telegiornali di tutta Europa e non solo (A. Merkel e H. Van Rompuy)

Non resta che andare in cerca di cosa sia il Piano Kalergi. E nel farlo non mi sentirei di suggerire il sito di Wikipedia, visto che il ritratto che se ne ot­tiene di questo soggetto è ben diverso dalla realtà: non aveva sposato una pove­ra fiammiferaia giapponese, ma la figlia di un petroliere ricchissimo giapponese. 

Una volta ricavato il quadro sul piano Kalergi (Paneuropa) ed una volta capito che la politica europea sia un continuo divenire che scorre sui binari pro­gettati da Kalergi, non vi resterà altro che approfondire anche altri tre elementi: il Progetto MK-Ultra, il Progetto Monarch ed il Tavistock.

Una volta uniti i punti, suggerirei di prendere coscienza di quanto denaro scorra sulla pelle di quelle povere persone che rischiano la vita per giungere sulle coste del­l’Italia partendo dall’Africa. Ci hanno ripetuto per anni che questi miserabili es­seri partissero dalla loro terra pagando somme da capogiro (chi 3000 chi 4000 chi addirittura 5000 euro a traversata). Tutto rigorosamente falso! Credetemi, è patetico solo ritenere parzialmente vere queste pagliacciate. In Africa, la retri­buzione media pro-capite si aggira sui 30 dollari al mese. Il tasso di disoccupa­zione è incommensurabile. Ammettere che vi sia chi sia riuscito a mettere da parte l’intera somma di cento, dicasi cento mensilità, di stipendio è folle. È folle per due fattori eclatanti: nessun impiegato da 30 dollari la mese ha un conto in banca. Non saprebbe che farsene visto che i 30 dollari gli sono appena suffi­cienti per arrivare a fine mese (30 dollari al mese equivalgono ad 1 dollaro al giorno per vivere). Di contro, qualora gli fossero sufficienti a vivere dignitosa­mente, chi lo/la spingerebbe ad abbandonare una vita normale per ve­nire a fare il pezzente, il lavavetri, il venditore di rose, il fotografo istantaneo, lo spacciatore o la puttana in Europa? 

Inoltre, queste povere anime non provengono dai palazzoni siti nei cen­tri delle città ma provengono dal degrado e dall’abbandono tipico delle periferie – create grazie al genio dell’uomo “bianco”, se proprio vogliamo dirla tutta. Luoghi violentissimi ad altissimo rischio per l’incredibile tasso di criminalità, in cui se solo per sbaglio circolasse la voce che una persona nasconda nella pro­pria baracca di metallo e sterco la somma di 3000 dollari, la ammazzerebbero per impossessarsi del denaro. Dulcis in fundo, in quelle aeree con 3000, 4000 o 5000 dollari sei considerato a tutti gli effetti un reale possidente. Hai letteral­mente svoltato e non hai nessuna necessità di emigrare. Chiunque potrebbe tra­sformarsi in imprenditore e vivere serenamente senza doversi mettere in testa di abbandonare la propria terra natia per venire a lavare i vetri ai semafori europei, nella migliore delle ipotesi. E nessuna donna africana, con 3000 o 5000 dollari in tasca, verrebbe qui a battere i marciapiedi. E poi, siamo pratici: accantonare cento mensilità richiederebbe per lo meno 400 mesi, ovvero una trentina di anni. Ovvio no? Mica si possono mettere da parte 100 mensilità da 30 dollari l’una (ci si impiegano 8 anni e più) senza poter intaccare la somma per sopravvivere, giusto? Qualcosa si dovrà pure prendere per mangiare, bere, vestirsi e mantenere mo­glie e figli. E quindi, secondo voi, sarebbe logico credere che un essere umano, dopo 30 anni di lavoro e sacrifici immani, sia disposto a gettare via tutto per un viaggio che non dà alcuna sicurezza se non quella di poter essere rimpatriato perché privo del permesso di soggiorno? Pensateci. 

Inoltre, vediamo sbarcare solo giovani sulla trentina. Come hanno potuto accumulare dagli 8 ai 30 anni di lavoro se ne hanno appena 30 di vita? Siamo alle solite: cercasi commessa ventenne con esperienza trentennale?!?
Di recente, dopo la sciagura di Lampedusa (Ottobre 2013) sui giornali è apparsa la notizia che il costo medio sarebbe sceso a 500 euro. Forse l’informa­zione capziosa si è resa conto che insistere su somme a tre zeri sarebbe stato controproducente e che l’operazione di lavaggio del cervello delle masse non sarebbe riuscita, visto che l’Italia si sta letteralmente trasformando in un luogo di affamati. Precedentemente, quando ancora l’Italia non era piombata nella spi­rale della morte economica, la somma di 500 euro non avrebbe impietosito nes­suno. Per toccare sul vivo le persone che arrancano con mille euro al mese, era meglio suggestionarle con 3000, 4000 o 5000 euro così da far impressionare la maggior parte degli italiani e delle italiane col dramma della somma perduta. Una somma non certo mostruosa ma sufficiente a far sentire sullo stesso piano della di­sperazione italiani e non. Quante volte vi sarà capitato di ascoltare gente comu­ne italiana (generalmente appartenente al popolino) dichiarare “mi immedesimo in chi sbarca a Lampedusa. Sono dei poveri disgraziati come noi”.

Ma anche la barzelletta dei 500 euro è comunque una bufala costruita a tavolino, come tante altre. Lo scopo è sempre il solito: non far sorgere i sospetti sin qui illustrati con la forza del ragionamento e della logica: anche i 500 recen­ti, sono comunque troppi per un miserabile. Diamine! Ci sono italiani, greci, spagnoli ed irlandesi che sgobbano per 10 ore filate al giorno per raccattare 500 euro e non riescono a mettere da parte nulla, come potrebbe un africano od un’africana accantonarne 500 se ne guadagna 30 al mese – sempre ammesso che chi arrivi dall’Africa a sbarcare in Europa, abbia veramente lasciato un lavoro da 30 dollari!!! è sempli­cemente assurdo. Ma nello stesso tempo, allo stato dei fatti, questi famosi 500 euro rappresenterebbero comunque una somma più che sufficiente per acquistare un biglietto aereo Tripoli – Roma e ricevere il resto. E allora per quale ragione plausibile mettere a repentaglio la propria vita a bordo di pescherecci sgangherati invece di acquistare un biglietto aereo sicu­ro, veloce e persino rimborsabile?

Se con quanto sin ora esposto dovesse risultare ancora poco convincente il ragionamento, allora non vi resta che scoprire quanto guadagna chi si nascon­de dietro a questo traffico infame. Potrete farlo leggendo quanto riportato in questo articolo, recentemente apparso su Imola Oggi. E’ sempre la solita solfa che si rinnova da Secoli: élite bianca ed élite nera che fanno affari e ”grana” sulla pelle dei disgraziati bianchi e neri.
Buona lettura.

6 ott – Dietro l’orrore, la pietà, lo scandalo, il buonismo, le tragedie del mare nascondono il business che non t’aspetti. Il giro d’affari del primo soc­corso e dell’accoglienza. Da una parte i milioni di euro stanziati dall’Europa e dall’Italia, dall’altra la ple­tora di personaggi in attesa di incassare. Onlus, pa­tronati, cooperative, profes­sionisti dell’emergenza, noleggiatori di aerei e tra­ghetti, perfino i poveri opera­tori turistici di Lampedusa: abbandonati dai va­canzieri si rassegnano a riempire camere d’albergo, appartamenti e ristoranti con agenti, volontari, giornalisti, personale delle organizzazioni non governati­ve, della Protezione civile, della Croce rossa. L’emergenza sbarchi comporta un giro vorticoso di denaro pubblico. Nel 2011, l’anno più drammatico, gli sbarchi provocati dalle sanguinose rivolte nordafri­cane sono costati all’Italia un miliardo di euro. Ogni giorno le carrette del mare da Libia e Tunisia hanno scaricato in media 1.500 persone. Il governo dovette aumentare le accise sui carburanti per coprire parte di queste spese. E a qualcu­no che sborsa corri­sponde sempre qualcun altro che incassa. Bisogna gestire la prima accoglien­za: acqua, cibo, vestiti, coperte, farmaci. Van­no organizzati i trasferimenti sul continente ed eventualmente i rimpatri; si ag­giungono spese legali, l’ordine pubblico, l’assistenza (medici, psicologi, inter­preti, mediatori culturali). Ma questo è soltanto l’inizio, perché moltissimi rifu­giati chiedono asilo all’Italia. E l’Italia se ne fa carico, a differenza della Spagna che ordina di cannoneggiare i barconi e di Malta che semplicemente abbandona i disperati al loro destino. Nel triennio 2011/13 le casse pubbliche (ministero dell’Interno ed enti locali) hanno stanziato quasi 50 milioni di euro per integrare 3000 persone attraverso il Sistema di protezione per i richiedenti asilo e rifugia­ti. A testa fanno più di 5.000 euro l’anno. L’Europa soccorre soltanto in parte. Il finanziamento più cospicuo arriva dal Fondo europeo per le frontiere esterne destinato alle forze di sicurezza di confi­ne (capitanerie di porto, marina militare, guardia di finanza): 30 milioni annui. Altri 14,7 milioni arrivano dal Fondo per l’integrazione, non riservato all’emer­genza. Dal Fondo per i rimpatri piovono 7 milioni di euro. Poi c’è il Fondo per i rifugiati, che nel 2012 ha stanziato 7 milioni in via ordinaria più altri 5 per mi­sure di emergenza. Tutti questi denari vanno considerati come co-finanziamen­to: si aggiungono cioè ai soldi che l’Italia deve erogare. Il fondo più interessante è quello per i rifugiati, che è tale soltanto di nome per­ché i veri destinatari dei 12 milioni di euro (sono stati 10 milioni nel 2008, 4,5 nel 2009, 7,2 nel 2010 e addirittura 20 nel fatidico 2011) sono Onlus, Ong, coo­perative, patronati sindacali e le varie associazioni umanitarie che si muovo­no nel settore dell’immigrazione. Dal 2008, infatti, l’Europa ha stabilito che quel fiume di contributi vada «non più all’attività istituzionale per l’accoglien­za, ma ad azioni complementari, integrative e rafforzative di essa». Anche que­ste, naturalmente, co-finanziate dal governo italiano. Le organizzazioni operano alla luce del sole, sono autorizzate dal ministero del­l’Interno che deve approvare progetti selezionati attraverso concorsi pubblici. I soldi finiscono in fondi spese destinati non ai disperati ma a vitto e alloggio del­le truppe di volontari e professionisti. Per la felicità degli albergatori lampedu­sani. Gli operatori sociali spiegano ai nuovi arrivati i loro diritti. Li mettono in contatto con interpreti, avvocati, mediatori da essi retribuiti. Organizzano la permanenza, li aiutano a restare in Italia o a capire come proseguire il loro viag­gio della speranza. Fanno compilare agli sbarcati, che per la legge sono clande­stini, un pacco di moduli per avere assistenza legale d’ufficio. Pochissime organizzazioni, e tra queste Terre des hommes e Medici senza fron­tiere, si fanno bastare i denari privati. A tutte le altre i soldi italo-europei servo­no anche a sostenere i rispettivi apparati, come gli uffici stampa, gli avvocati e gli attivisti per i diritti umani, per i quali martellare i governi finanziatori è una vera professione. E magari usano l’emergenza immigrazione come trampolino verso la politica.


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