Italia, l’inizio della fine di questo Stato richiede una rivolta fiscale(Simone)

Italia, l’inizio della fine di questo Stato richiede una rivolta fiscale(Simone)

La varia umanità che frequenta questo giornale ha, fatalmente, come denominatore comune la frustrazione. 
 E’ giusto, normale, umano, comprensibile e legittimo sentirsi frustrati; lo siamo un po’ tutti perché vediamo una realtà che ai più sembra invisibile, ci sbracciamo, sbraitiamo, ci arrovelliamo su come sia possibile che i nostri fratelli, i nostri conterranei non si accorgano del vero tiranno che li opprime, che non si sveglino dalla sedazione televisiva e comincino a ribellarsi. Ma, diciamo la verità, dopo tanti anni di tentativi di proselitismo il risultato è avvilente.

L’ultima iniziativa è di Lucio Chiavegato e della valorosa LIFE, volta a chiamare una protesta coordinata per il 9 dicembre che i promotori giudicano, con un generoso slancio, “l’inizio della fine”. Parteciperò, parteciperemo, come auspicato da Facco, parteciperanno tante persone animate da buona volontà, con costruttivo entusiasmo e senza spaccare capelli in quattro. Ma questo regime, piaccia o no, non teme striscioni e slogan, questo Stato non è minimamente disturbato da insulti, vilipendi, atti dimostrativi o coraggiose battaglie personali, come quella di Giorgio Fidenato che sfiora l’eroismo.

Questo Stato scaltro e ingiusto conosce solo un’arma: quella del denaro. E’ l’unico proiettile in grado di perforare la corazza che lo protegge, travestita da democrazia apparente, regolata da elezioni praticamente inutili, governata da persone che non conosciamo nemmeno. L’unica cosa di cui questo Stato meridionalizzato, illiberale e corrotto ha davvero paura è una organizzata, simultanea, consistente, coraggiosa sincera e temeraria protesta fiscale. Una protesta che il partito che in milioni hanno votato per venti anni non ha mai cercato di organizzare veramente, anche quando i numeri lo hanno messo nella condizione di alzare la voce, almeno al nord, per battere i pugni sul tavolo delle responsabilità territoriali.

La nostra libertà, che così spesso invochiamo nei nostri commenti arrabbiati e appassionati, passa dalla banca prima che dalla piazza, imprigionata nella lunga teoria di imprenditori e autonomi che, in fila ogni 16 del mese con il loro modello F24, alimentano diligentemente il coccodrillo con le tasse loro e dei loro dipendenti. Duro da digerire, difficile da accettare, ma la realtà è che la questione settentrionale necessita di una materia prima che da molto tempo scarseggia alle nostre latitudini: il coraggio. E la nostra condizione di schiavi fiscali ne è la diretta conseguenza.

Coraggio” è la parola chiave della nostra condizione, quel coraggio che abbiamo sepolto dentro le nostre coscienze di padani che in poche generazioni hanno abbandonato le campagne per l’industrializzazione, hanno abbandonato le industrie per post-industrializzarsi illudendosi che la crescita durasse in eterno e in eterno continuasse a rendere trascinabile il pesante carro assistenziale di una unità nazionale posticcia. Il coraggio che abbiamo sepolto con la relativa agiatezza, il sedativo sociale del possesso, la macchina più grande, qualche soldo in tasca, le vacanze, il benessere che ha reso sopportabile il saccheggio del portafogli ma anche della dignità, saccheggio che nessun altro popolo avrebbe accettato.

Ed è da lì che dovrà inevitabilmente iniziare “l’inizio della fine”. Inutile farsi illusioni, come scrive Mauro Gargaglione, il sud non ci lascerà andare a buon mercato, non farà sconti e non negozierà compromessi. O tutto o niente. L’Italia è insieme la questione meridionale e quella settentrionale, come facce della stessa moneta, come opposti contrafforti della stessa fatiscente cattedrale. La protesta civile e la ghandiana testimonianza, con la sua paziente opera di sensibilizzazione pubblica, vengono tollerate e accettate dal regime come valvola di sfogo sociale e innocua manifestazione di dissenso, buona per alimentare il sordo e allineato sarcasmo del micheleserra di corvée. Facciamole pure, servono a contarci e a non pantofolizzarci davanti alla domenica sportiva e a ricordarci che, incredibile, stiamo ancora respirando.

Ma teniamo ben viva, in fondo al nostro cuore, la consapevolezza che i tiranni comprendono solo la lingua della rivolta cruda, non smarriamo la certezza che solo il coraggio che i nostri avi dimostrarono otto secoli fa ci aiuterebbe oggi al uscire dalla palude, che ci condanna alla peggiore della schiavitù, quella di chi ripete ogni giorno a se stesso di non essere schiavo.

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