Il giallo dell’Imu: milioni di prime case rischiano di pagare più del 2012

Il giallo dell’Imu: milioni di prime case rischiano di pagare più del 2012

(Guerriero del Risveglio)

Le coperture finanziarie sono la maledizione dell’Imu, e del Governo che prova a «superarla»: la mancata quadratura dei conti ha fermato il decreto sul saldo, e anche la giostra degli acconti in aumento pare non bastare, soprattutto dopo che si è rivelato impossibile far tornare alla cassa i proprietari di immobili agricoli.
Il risultato rischia però di essere una beffa: un Imu 2013 sull’abitazione principale superiore a quella pagata nel 2012, per milioni di italiani che abitano nei Comuni dove l’aliquota è cresciuta quest’anno. Com’è possibile? Il problema, appunto, è la copertura finanziaria. Il Governo è riuscito con parecchia fatica a trovare le risorse per compensare i Comuni del mancato gettito calcolato sulle aliquote 2012, ma 600 sindaci hanno alzato quest’anno le richieste sull’abitazione principale. Tra i Comuni in questa condizione ci sono grandi città, da Milano a Napoli, da Brescia a Bologna, da Verona a Reggio Calabria, al punto che gli aumenti già decisi valgono almeno mezzo miliardo di euro: per le aliquote definitive c’è tempo poi fino al 30 novembre, e il conto potrebbe quindi salire ancora parecchio. Il Governo, anche dopo aver aumentato tutti gli acconti fiscali, non ha questi 500 milioni in più per compensare i sindaci. Chi paga, allora? Nella bozza di decreto esaminata dal Governo, una delle risposte è semplice quanto esplosiva politicamente: i contribuenti. In altre parole, nei Comuni dove l’aliquota è cresciuta sarebbero i proprietari di abitazioni principali a dover mettere la differenza fra il gettito iscritto nel bilancio dello scorso anno e quello fissato nel preventivo 2013. La tempesta politica che si scatenerebbe con una regola del genere è evidente, ma c’è anche un paradosso aggiuntivo. Molti proprietari della casa in cui vivono si troverebbero a pagare nel 2013, anno di “abolizione” dell’Imu, una cifra superiore a quella versata nel 2012, quando l’imposta municipale era pienamente in vigore: una beffa che colpirebbe soprattutto le case di minor valore, dove in genere abitano le famiglie a reddito medio-basso. Com’è possibile? Semplice: il problema, ancora una volta, sono le detrazioni. Per capirlo basta fare un salto a Milano, dove l’aliquota è cresciuta dal 4 al 6 per mille: un bilocale da 95mila euro di valore fiscale nel 2012 ha pagato 180 euro (cioè 380 meno 200 di detrazione), mentre quest’anno si troverebbe a doverne versare 190, cioè il 2 per mille lordo che serve a coprire l’aumento deciso dalla Giunta Pisapia. In questo caso l’aumento effettivo sarebbe del 5,5%, ma se la casa vale 80mila euro l’imposta passa da 120 a 160 euro (+33%), e con 60mila euro di valore catastale si passerebbe dai 40 euro pagati nel 2012 ai 120 dovuti nel 2013 (+200%). Tutti questi calcoli si basano su una famiglia senza figli: con uno o più figli conviventi, nel 2012 scattavano le detrazioni aggiuntive, per cui il passaggio al nuovo “regime” sarebbe ancora peggiore. Nelle case di valore più alto, invece, la detrazione che scompare ha un effetto minore: l’anno scorso, con l’aliquota al 4 per mille, un appartamento da 200mila euro di valore catastale pagava 600 euro di Imu, e quest’anno per versare il 2 per mille mancante ne verserebbe 400.

Numeri alla mano, diventa ancora più chiara la difficile sostenibilità politica della “soluzione” ipotizzata nella bozza di decreto, soprattutto dopo che il presidente del Consiglio Enrico Letta ha ribadito ancora una volta che «la seconda rata Imu non sarà pagata». In alternativa, i tecnici del Governo stanno studiando un’acrobazia contabile, che con un accertamento «formale» permetta ai Comuni di mantenere l’entrata iscritta a bilancio e consenta al Governo di erogare solo nel 2014 i rimborsi effettivi agli amministratori locali. Una via, questa, politicamente assai più tranquilla, ma piuttosto accidentata dal punto di vista contabile perché occorre trovare il modo di non far pesare i 500 milioni sul deficit consolidato della Pubblica amministrazione: è vero che mezzo miliardo di euro rappresenta circa lo 0,03% del Pil, ma per un Paese che balla costantemente sull’orlo del 3% di deficit/Pil richiesto dall’Europa ogni millesimo può rivelarsi vitale.


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