"Quando i poteri pubblici violano le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all'oppressione è un diritto e un dovere del cittadino". GIUSEPPE DOSSETTI

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lunedì 23 marzo 2015

AMMAZZATI DUE GIORNALISTI ITALIANI, MA RENZI NON REVOCA IL SEGRETO DI STATO

AMMAZZATI DUE GIORNALISTI ITALIANI, MA RENZI NON REVOCA IL SEGRETO DI STATO

Graziella De Palo e Italo Toni
di Gianni LanneS
Come nella tragedia di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin: medesimo copione a regia statale del servizio segreto militare, ossia criminale. 
Due cronisti liberi e indipendenti: rapiti ad assassinati a Beirut il 2 settembre 1980, perché indagavano sul traffico occulto di armi dello Stato italiano. 
Graziella De Palo aveva 24 anni, Italo Toni, invece 30 primavere. 
Sulla vicenda nel 1984 l’ufficiale del Sismi Stefano Giovannone aveva invocato il segreto di Stato e Bettino Craxi l’aveva confermato, mentre Silvio Berlusconi l’ha ribadito nel 2009 e nel 2010. 
Il 28 agosto 2014 è scaduto il termine ultimo stabilito dalla legge 133 del 2012, eppure il primo ministro pro tempore, Matteo Renzi (non eletto dal popolo "sovrano", ma imposto dal Napolitano), nonostante i proclami propagandistici a reti unificate, non l’ha cancellato d'ufficio, rendendo
disponibile la documentazione (circa un centinaio di fascicoli). 
Inoltre, nessun onorevole se n’è accorto, neanche quelli che strepitano e starnazzano una sterile opposizione. 
Tant’è che non è stato presentato alcun atto parlamentare per tentare di far luce su questo caso nella XVII legislatura, se non quelli depositati nel 1981-82, ma a tutt’oggi ancora in attesa di risposta governativa.
 Infatti, saltano fuori le interrogazioni a risposta orale numero 3/03140 del 26 gennaio 1981, e numero 3/05651 del 3 maggio 1982, ed infine l’interrogazione a risposta scritta numero 4/13098 del 3 marzo 1982. 

Poi, nient’altro: il buio assoluto.La loro tragica sorte è stata decisa a Roma. 


Poco dopo la strage di Bologna i due giornalisti italiani partono dalla capitale alla volta del Libano, per far luce sulle aziende tricolori in affari illeciti con il ministero della difesa.
Un mistero che inizia alla fine di agosto del 1980, quando Graziella e Italo decollano per il Libano, allo scopo di realizzare un’inchiesta. 
Toni è un esperto della materia, nel 1968 Paris Match aveva pubblicato un suo scoop sui campi d’addestramento dei fedayn.
 La De Palo è una giovane promessa del giornalismo investigativo, scrive per l’Astrolabio e Paese Sera articoli sul tema scottante del traffico d’armi. Entrambi simpatizzano per la causa palestinese e sarà proprio l’Olp a organizzare il loro viaggio in Libano.
 Il 22 agosto i due atterrano a Damasco e da lì raggiungono Beirut. 
Alloggiano in un albergo sito nella zona occidentale della città controllata dai miliziani palestinesi. 
Il primo settembre si recano all’ambasciata italiana, comunicando l’intenzione di visitare i campi del Fdlp, il gruppo filomarxista guidato da Nayef Hawatmeh. 
«Se non ci vedete entro tre giorni, veniteci a cercare», dicono al personale diplomatico. 
Segno premonitore, atteso che il giorno dopo i due spariscono nel nulla.
 Per sempre. 

Una scomparsa dalle motivazioni inconfessabili. 
Per occultarle si prodigheranno, con menzogne ed omissioni, alti 007 militari, autorevoli esponenti del ministero degli Esteri, i più noti dirigenti dell’Olp, incluso il corrotto Arafat. 
I familiari degli scomparsi vengono calmati con false rassicurazioni istituzionali. 
Poi viene inventata la notizia di una partenza dei due giornalisti per l’Irak.
 Quindi si cerca d’indurre tutti al silenzio millantando trattative per la liberazione degli ostaggi. Quando poi sarà impossibile negare l’avvenuta uccisione di Graziella e Italo, viene dirottata ogni colpa sui neofascisti libanesi.
 E’ un sordido depistaggio, simile e contestuale a quello sulla strage di Bologna. 
Ma l’inchiesta giudiziaria perverrà ad esiti opposti. 
La pista imboccata dalla magistratura romana s’infrange contro il muro d’omertà del segreto di Stato. A invocarlo, durante l’interrogatorio, è il colonnello Stefano Giovannone, capo del centro Sismi di Beirut.
 Segreto di Stato poi confermato dal governo italiano il 28 agosto 1984 e che pone un argine all’indagine istruttoria. 
Il direttore del Sismi Giuseppe Santovito e il colonnello Giovannone moriranno provvidenzialmente prima di essere rinviati a giudizio per aver inquinato l’inchiesta. 
Aveva scritto il magistrato Armati nella sua richiesta di rinvio a giudizio per George Habbash, Stefano Giovannone (ufficiale del Sismi a capo degli uffici di Beirut) e Damiano Balestra (brigadiere dei carabinieri addetto all’ufficio cifra dell’ambasciata italiana in Libano): 


«L’istruttoria finora compiuta avrebbe certamente consentito di fare piena luce sulla complessa vicenda della scomparsa all’estero dei due giornalisti”.
 Ma troppi sono stati gli ostacoli che hanno bloccato la procura di Roma: “In primo luogo l’atteggiamento completamente negativo delle autorità libanesi; in secondo luogo le difficoltà frapposte dalle autorità elvetiche (coinvolte per il caso del depistaggio sulla strage di Bologna attuata da Elio Ciolini, ndr); in terzo luogo la conferma da parte dell’autorità di governo del segreto di Stato opposto dal Giovannone, (…) che ha avuto l’effetto non voluto di coprire anche le ragioni della condotta dell’ufficiale del Sismi nei confronti dell’Olp». 
Non è tutto.
 «Gli interessi economici prevedevano lucrosi affari nella vendita delle armi - spiegano in un appello i familiari di Graziella De Palo e Italo Toni - a quei paesi nei confronti dei quali vigevano embarghi economico militari.
 Ci aspettiamo di riavere i resti degli scomparsi e la riapertura di un processo» che era stato interrotto, bloccato dal segreto di Stato confermato da Bettino Craxi, trent’anni fa.
 Verità e giustizia, al posto dell’eterno muro di gomma italiano».
Gli insabbiamenti e i depistaggi vanno in onda ancora oggi, a cura di ciarlatani venduti al miglior offerente.
 Ora basta retoriche, demagogiche e stucchevoli commemorazioni alla memoria, con cui note associazioni “antimafia”, speculano e lucrano sulle disgrazie altrui. 
Toc, toc: l'ordine nazionale dei pennivendoli è sempre in letargo, non fiata, e non azzarda una protesta civile.


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