"Quando i poteri pubblici violano le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all'oppressione è un diritto e un dovere del cittadino". GIUSEPPE DOSSETTI

Traduttore

mercoledì 7 gennaio 2015

La democrazia è il governo dei criminali

La democrazia è il governo dei criminali

La democrazia è semplicemente il governo dei criminali,che ingannando il popolo riescono a prenderne il potere,a discapito dei giusti e del resto delle masse,che per loro ignoranza avvalorano i loro stessi boia.
Su questi troni dove siedono gli incapaci e i vili,prospereranno i peggiori oppressori dell'umanità intera.
Per quanto si sforzino gli idioti a dimostrare che la democrazia sia uno strumento di libertà,tutti i fatti esaminati a mente lucida dimostrano invece i gravi danni che le società hanno subito adottando tali forme di governo,e che in questo tipo di società proprio la libertà tanto propagandata è quella che ijnvece viene a mancare.
Non è un caso se i criminali e i corrotti possano avere modo di prosperare solo nella democrazia,come un parassita può prosperare solo finché non è riconosciuto come tale.
La soluzione a questo cancro democratico,non può essere certamente il ritorno alle
monarchie dinastiche,ne tantomeno affidarci ancora a questa truffa della democrazia e i suoi idioti che la sostengono,sia per vile interesse personale che per gli interessi dell'elite finanziaria globalista,loro burattinai,che solo grazie alla democrazia possono agire indisturbati;

è necessario restaurare una aristocrazia spirituale,che deve guidare i popoli non governarli,questa aristocrazia deve essere scelta tra i migliori esseri,tra i più spirituali,valorosi,intelligenti,di alta e vera moralità provata dai fatti,non dalla vile propaganda,questi devono essere scelti fin da piccoli per le loro doti naturali,e istruiti all'arte del governo,affinche possano divenire le guide saggie del proprio popolo,che siano legati in modo dissolubile al popolo stesso,e che si adoperino per la prosperità di tutti,prorpio come era il consiglio di atlantide.
white wolf


«L'attaccamento che gli uomini provano per la libertà e quello che risentono per l'eguaglianza sono due cose distinte - scriveva Aléxis de Tocqueville -; non esito ad aggiungere che sono anche disuguali: l'uno muta incessantemente d'aspetto, si riduce, si dilata, s'afforza, si debilita secondo gli eventi, l'altro è sempre uguale a se stesso, sempre teso al medesimo obiettivo col medesimo ardore ostinato e talora cieco». 
L'anonimo che nel quinto secolo avanti Cristo compose questo trattatello sul Sistema politico ateniese (il primo esemplare superstite di prosa attica) ha per l'appunto questo obiettivo: di mostrare come la cieca uguaglianza democratica vigente in Atene abbia dato vita al sistema maggiormente lesivo della libertà dei «migliori». 
La democrazia è dunque per lui - nel pieno valore etimologico - «violenza del popolo», ed il mondo intero (non solo Atene) è diviso tra «buoni» e «canaglia» in lotta incessante e irrimediabile. 
La sua riflessione nondimeno lo porta a concludere - ed è qui la sua originalità - che la democrazia, il «predominio della canaglia», proprio nel suo pessimo funzionamento, è un sistema a suo modo perfetto.
Luciano Canfora

Perché mai dovrebbe governare la canaglia?
Anonimo ateniese, La democrazia come violenza; Sellerio, Palermo 1982
A me non piace che gli Ateniesi abbiano scelto un sistema politico, che consenta alla canaglia di star meglio della gente per bene. 
Poiché però l’hanno scelto, voglio mostrare che lo difendono bene il loro sistema, e che a ragion veduta fanno tutto quello che gli altri Greci disapprovano.
Dirò subito che è giusto che lì i poveri e il popolo contino più dei nobili e dei ricchi: giacché è il popolo che fa andare le navi e ha reso forte la città.
 E lo stesso vale per i timonieri, i capi rematori, i comandanti in seconda, i manovratori, i carpentieri: è a tutta questa gente che la città deve la sua forza, molto più che agli opliti, ai nobili, alla gente per bene. 
Stando così le cose, sembra giusto che le magistrature siano accessibili a tutti — sia quelle sorteggiate che quelle elettive —, e che sia lecito, a chiunque lo voglia, di parlare all’assemblea.

Ancora. 
Il popolo non ama rivestire quelle magistrature dalla cui buona gestione dipende la sicurezza di tutti e che invece, se rette male, comportano rischi: perciò esclude dal sorteggio il comando dell’esercito e il comando della cavalleria. 
Queste cariche preferisce lasciarle ai più capaci.
 Invece cerca di rivestire tutte quelle che comportano uno stipendio ed un profitto immediato.

C’è chi si meraviglia che gli Ateniesi diano, in tutti i campi, più spazio alla canaglia, ai poveri, alla gente del popolo, anziché alla gente per bene: ma è proprio così che tutelano — come vedremo — la democrazia.
 Giacché appunto, se stanno bene e si accrescono i poveri, la gente del popolo, i peggiori, allora si rafforza la democrazia. 
Quando invece il popolo consente che prosperino i ricchi e la gente per bene, non fa che rafforzare i propri nemici. 
Dovunque sulla faccia della terra i migliori sono i nemici della democrazia: giacché nei migliori c’è il minimo di sfrenatezza e di ingiustizia, e il massimo di inclinazione al bene; nel popolo invece c’è il massimo di ignoranza, di disordine, di cattiveria: la povertà li spinge all’ignominia, e così la mancanza di educazione e la rozzezza, che in alcuni nasce dall’indigenza.

B. Uno però potrebbe dire che non li si doveva lasciar parlare tutti indiscriminatamente all’assemblea, o accedere al Consiglio, ma consentire ciò solo ai più bravi e ai migliori.
A. No. 
Proprio perché all’assemblea lasciano parlare anche la canaglia, si regolano nel modo migliore. 
Se all’assemblea parlasse la gente per bene, o partecipasse ai dibattiti del Consiglio, gioverebbe ai propri simili, non al popolo. 
Ora invece può levarsi a parlare qualunque ceffo e perciò persegue l’utile suo e dei suoi simili.
B. Si potrebbe obiettare: ma un tipo del genere come può capire ciò che conviene a lui o al popolo?
A. Ma loro capiscono che la stupidità, la ribalderia, la complice benevolenza di costui giova di più che la virtù, la saggezza e l’ostilità della gente per bene. 
Naturalmente una città dove si vive così non è la città ideale!
 Però è proprio questo il modo migliore per difendere la democrazia.
B: Il popolo non vuoi essere schiavo in una città retta dal buongoverno, ma essere libero e comandare: del malgoverno non gliene importa nulla.
A: Ma proprio da quello che tu chiami "malgoverno" il popolo trae la sua forza e la sua libertà.
 Certo, se è il buongoverno che tu cerchi, allora lo scenario è tutt’altro: vedrai i più capaci imporre le leggi, e la gente per bene la farà pagare alla canaglia, e sarà la gente per bene a prendere le decisioni politiche, e non consentirà che dei pazzi siedano in Consiglio o prendano la parola in assemblea.
 Così in poco tempo, con saggi provvedimenti del genere, finalmente il popolo cadrebbe in schiavitù.

Io dico dunque che "il Popolo di Atene" sa ben distinguere i cittadini dabbene dalla canaglia. Ma, pur sapendolo, predilige quelli che gli sono benevoli ed utili, anche se sono canaglie, e la gente dabbene la odia proprio in quanto per bene: pensano infatti che la virtù, nella gente per bene, sia nata per nuocere al popolo, non per giovargli.
B: Al contrario però, ci sono alcuni che, pur essendo di nascita innegabilmente popolare, hanno nondimeno una natura diversa da quella del popolo.
A: Ma io al popolo la democrazia gliela perdono! 
È comprensibile che ciascuno voglia giovare a se stesso. 
Chi invece, pur non essendo di origine popolare, ha scelto di operare in una città governata dal popolo piuttosto che in una oligarchica, costui è pronto ad ogni malazione, e sa bene che gli sarà più facile occultare la sua ribalderia in una città democratica anziché in una città oligarchica.
 Insomma, per quel che riguarda il sistema politico ateniese, io dico che non mi piace affatto, ma che — dal momento che loro hanno voluto un regime democratico — lo difendono bene, agendo appunto nel modo che ho descritto.

A. Molto si può fare in Atene col danaro, e ancor più si potrebbe se se ne desse di più.
 Però so bene che la città non sarebbe ugualmente in grado di sbrigare gli affari di tutti i postulanti, qualunque somma di argento o di oro uno offrisse. 
E poi c’è da giudicare quest’altro genere di cause: se uno non ha riparato la nave, o costruisce su suolo pubblico; e poi occorre dirimere le liti per l’assegnazione dell’allestimento dei cori per le varie feste: Dionisie, Targelie, Panatenee, Prometie, Efestie – il tutto ogni anno. 
Ogni anno vengono eletti quattrocento trierarchi, e anche tra costoro si debbono regolare ogni anno le eventuali controversie. 
E poi debbono sottoporre all’esame i magistrati ed espletare i relativi processi, fare l’esame degli orfani e nominare i guardiani delle prigioni. 
Anche questo ogni anno. 
Poi, di tanto in tanto, debbono sbrigare processi per diserzione, o se si verifica improvvisamente qualche crimine, o si compiono insoliti oltraggi o atti di empietà.
 E tralascio molte altre cose: ho citato quelle più grosse, tranne la definizione dei tributi (che avviene ogni quattro anni).


B: Secondo me c’è ancora un altro campo in cui gli Ateniesi si comportano male: quello della politica estera.
 Quando ci sono città divise da lotte civili, loro si schierano sempre con gli elementi peggiori.
A: Ma lo fanno a ragion veduta. 
Se si schierassero coi migliori, sceglierebbero di non appoggiare quelli che nutrono le loro stesse aspirazioni.
 Giacché in nessuna città l’elemento migliore è favorevole al popolo, bensì — dovunque — l’elemento peggiore: il simile favorisce il proprio simile.
 È per questo che gli Ateniesi scelgono sempre ciò che si addice loro. 
Ogni volta che hanno tentato di schierarsi coi migliori, è andata male. 
Per esempio in Boezia: in poco tempo, il popolo è caduto in servitù.
 Un’altra volta, a Mileto, quando vollero appoggiare i migliori, questi poco dopo defezionarono e fecero a pezzi i democratici.
 E quando si schierarono con gli Spartani contro i Messeni, accadde che, poco dopo, gli Spartani — piegati i Messeni — erano in guerra con gli Ateniesi. 
Anonimo ateniese

 
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