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giovedì 4 dicembre 2014

REPORTAGE Basilicata-Acque di scarto estrazione petrolio sono radioattive

REPORTAGE Basilicata-Acque di scarto estrazione petrolio sono radioattive

In Lucania 611 barili estratti ogni 10 minuti.
 Da un’analisi delle acque di rifiuto si scoprono radionuclidi 9 volte superiori agli standard. Per l’Eni è tutto ok.
di Edoardo Bettella
13 novembre 2014. Vito Di Trani, sindaco di Pisticci, in Basilicata, scrive una nota indirizzata ai pezzi grossi della Regione: «Esprimo la mia forte preoccupazione per la salute dei cittadini e della situazione ambientale nel suo complesso». 
Ha appena ricevuto dall’Arpab (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente della Basilicata) un documento che attesta che le acque di scarto della lavorazione del petrolio, quelle che vengono riversate nel fiume Basento, sono radioattive. 
Lo scorso febbraio, proprio questi reflui petroliferi sono stati oggetto di un’inchiesta della procura antimafia di Potenza. 
L’ipotesi di reato è smaltimento illecito di rifiuti, che va avanti da almeno tre anni e mezzo.

«Da dieci anni le acque petrolifere del Centro oli Val d’Agri (Cova) di Viggiano vengono monitorate e controllate e non è mai emerso pericolo radioattività», afferma Eni.
Eppure, quello che è emerso dai rilievi dell’Arpab sembra essere in netta contraddizione con la dichiarazione dell’Eni.
 Nelle acque prelevate dalle autobotti che trasportano i reflui dal Cova al Tecnoparco, infatti, è stata trovata una concentrazione di radionuclidi (particolari tipi di nuclei che decadono emettendo energia sotto forma di radiazioni), in particolare i cosiddetti alfa totale, nove volte superiore a quella consentita per le acque potabili.
 Certo, non si tratta di acque potabili.
 Ma sono comunque acque che verranno poi immesse in un fiume.

La richiesta della misurazione della radioattività era partita direttamente dallo stesso Comune di Pisticci, e i rilievi sono stati effettuati lo scorso 8 ottobre dall’Arpab.
 L’obiettivo era verificare lo stato radiologico dei luoghi e dei reflui provenienti dal Centro oli Val D’Agri.
 A Pisticci Scalo, infatti, si trova l’impianto di Tecnoparco, dove vengono smaltiti i reflui petroliferi dell’Eni. 
Questi materiali di scarto, successivamente, vengono immessi nel fiume Basento attraverso un canale di scolo.

La relazione presentata dall’Arpab è strutturata in modo singolare. 
Dapprima, infatti, viene specificato che «nei campioni solidi prelevati (fanghi secchi e umidi) si rilevano concentrazioni positive (ovvero al di sopra delle sensibilità strumentali) dei radionuclidi naturali evidenziati, ma notevolmente inferiori ai livelli di allontanamento indicati dalle normative».

IL TECNOPARCO DI PISTICCI SCALO, DOVE ARRIVANO, OGNI GIORNO, DUECENTOMILA LITRI DI ACQUE DI SCARTO PETROLIFERE RADIOATTIVE.

Successivamente, si parla dei campioni liquidi (le acque di scarto delle trivellazioni petrolifere trasportate dalle autobotti). 
L’Arpab sottolinea che non esistono campioni di riferimento per questa tipologia di analisi. Tuttavia, continua, «sono state riscontrate concentrazioni di radioattività, soprattutto di alfa totale, solitamente non rilevate dalle matrici analizzate da questo ufficio».
 E, benché non esistano campioni di riferimento, l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente puntualizza che una direttiva dell’Unione Europea prevede concentrazioni di alfa totale nelle acque potabili di 0,1 Becquerel per litro (unità di misura dell’attività di un radionuclide). 
Nelle acque analizzate la concentrazione trovata è di quasi 1 Becquerel per litro. 
Nove volte di più.
«In via cautelativa, si ritiene opportuno che venga verificato lo stato radiologico ambientale con campionamenti e analisi periodiche delle matrici più rappresentative, quali acque di scarico, acque di falda e acque superficiali, a valle e a monte dell’impianto», conclude l’Arpab.

E, infatti, la preoccupazione del sindaco di Pisticci si è palesemente manifestata nella nota che ha scritto. 

«La pericolosità delle sostanze rilevate è minima se schermata.
 Cosa diversa, i radionuclidi alfa e beta: presenti in quantità dieci volte superiori i primi, e in misura minore i secondi, una volta immessi nelle acque fluviali e quindi ingerite da pesci o animali selvatici e inserite nella catena alimentare, possono determinare alterazioni del Dna cellulare provocando diverse patologie, comprese quelle neoplastiche (formazioni tumorali, nda)».
È seguita una riunione. 
Presenti, tra gli altri, il sindaco di Pisticci, il presidente della regione Marcello Pittella, l’assessore all’ambiente Aldo Berlinguer e il direttore dell’Arpab, che hanno discusso del rapporto sulla radioattività. 
L’Arpab ha rassicurato: «Nessun problema per la salute umana». 
Ma allora perché specificare, nel rapporto, che, pur non essendoci standard di riferimento, la concentrazione di alfa totale è nove volte superiore a quella consentita nelle acque potabili?

Il sindaco Vito Di Trani ha sollecitato che «sarebbe necessario procedere subito alla sospensione delle lavorazioni di questi reflui, effettuando al contempo approfondite e dettagliate analisi delle matrici ambientali». 
E la risposta del governatore Pittella è stata: «Qualunque diverso provvedimento, alla luce delle conclusioni cui è giunta l’Arpab, non si giustificherebbe».

IL SINDACO DI PISTICCI, VITO DI TRANI.

Le cose, però, sono andate poi diversamente.
 Lo scorso 25 novembre alla Regione Basilicata c‘è stata un’altra riunione, questa volta tra Arpab, Eni, Tecnoparco e Comune di Pisticci. 
In tale occasione è stato deciso che, dal primo dicembre per un mese, le autobotti provenienti dal Cova di Viggiano e dirette al Tecnoparco di Pisticci verranno mandate altrove, in modo da avere il tempo per effettuare le opportune analisi.

Ma come verranno fatte queste analisi? 
È la domanda che pone Antonio Alberti, ingegnere nucleare lucano, molto preoccupato dai risultati di quelle svolte da Arpab. 
«I controlli devono essere fatti a monte, quando le autobotti escono dal Cova. 
Solo così si potrà dimostrare il nesso tra le attività estrattive e la radioattività. 
Inoltre, se sarà Arpab a svolgere i controlli, dovrà esserci anche un controllore del controllore, poiché Arpab è alle dirette dipendenze della Regione».

Continua Alberti: «Sono molto preoccupato del modo in cui viene affrontato questo problema, molto sottovalutato dalle istituzioni.
 Dal Cova escono cinquanta autobotti al giorno, ognuna delle quali trasporta quarantamila litri d’acqua. 
Il problema delle radiazioni alfa è che si accumulano nei tessuti.
 Se entrano nella catena alimentare, i danni saranno gravi.
 E, non sapendo cosa accade all’interno del Tecnoparco di Pisticci, è plausibile che l’acqua possa essere riversata radioattiva nel Basento».
E quali sono i reali rischi per la salute? «I radionuclidi si accumulano nei tessuti interni del corpo umano. Il problema non è tanto quanto l’acqua è radioattiva, ma per quanto tempo quell’acqua viene assunta.
 Se ne bevo un bicchiere oggi, non succede nulla. 
Se ne bevo un bicchiere al giorno per quattro anni, ad un certo punto compariranno delle formazioni tumorali. 
E se l’acqua viene riversata in un fiume con cui vengono irrigati campi e in cui gli animali si abbeverano, una volta entrata nella catena alimentare il processo non sarà più reversibile».

In una lettera aperta indirizzata direttamente al presidente della regione Pittella, al direttore dell’Arpab e al direttore generale del dipartimento regionale ambiente e territorio, Alberti invoca il «principio di precauzione».
 Tale principio comporterebbe «Il blocco immediato di tutte le attività petrolifere in Basilicata, un’indagine approfondita che individui tipologia e quantità dei radionuclidi presenti nelle acque del Cova, accertamento della destinazione e del trattamento a cui sono sottoposte queste acque, accertamento dell’idoneità di tali trattamenti. 
Solo dopo queste precauzioni si potrà essere in grado di decidere se le attività petrolifere in Basilicata possono continuare senza conseguenze sulla salute dei cittadini».

Ma non dimentichiamoci che sul territorio lucano si trivella da decenni. 
È solamente ora che qualcosa inizia a muoversi, anche grazie a diverse associazioni di cittadini e a sempre più frequenti manifestazioni. 
Bisogna solo sperare che non sia troppo tardi. 
Anche perché, nei dieci minuti che avete speso per leggere questo articolo, in Basilicata sono stati estratti seicentoundici barili.
 Le trivelle hanno continuato a perforare e inquinare il terreno. 
E chissà quando si fermeranno.

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