"Quando i poteri pubblici violano le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all'oppressione è un diritto e un dovere del cittadino". GIUSEPPE DOSSETTI

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giovedì 20 novembre 2014

La schiavitù che c’è

La schiavitù che c’è

di C. Alessandro Mauceri -
Ci si chiede in che modo Paesi come la Cina o l’India siano riusciti a colmare (e con tanta velocità) il gap che li separava dai Paesi maggiormente industrializzati. 
Spesso si parla di condizioni più favorevoli per le imprese (non a caso sono sempre di più le aziende che trasferiscono i propri insediamenti produttivi in questi Paesi). 
Altre volte si parla di condizioni fiscali più vantaggiose (e, infatti, sono molte le industrie che, pur avendo i propri stabilimenti in un Paese, tengono la propria sede legale in altri Stati).
La verità, però, potrebbe essere un’altra. 
Secondo i dati del rapporto Global Slavery Index, nel 2014 sono ancora quasi 36 milioni le persone nel mondo che vivono e lavorano come schiavi.
 Non si tratta di “semplice” sfruttamento della manodopera, di lavoratori i cui diritti sindacali non vengono rispettati o le cui condizioni di lavoro sono eccessivamente pesanti.
Si tratta di veri e propri schiavi, persone sottomesse e costrette da padroni senza scrupoli a svolgere i lavori più duri, a prostituirsi o a combattere guerre che non sono loro.

Tutto questo non in Paesi sottosviluppati dell’Africa, ma in quasi tutti i Paesi del mondo. Inclusi quelli che, forse proprio grazie alla schiavitù, stanno scalando la graduatoria dei Paesi più forti e più industrializzati del pianeta. 
Oggi la schiavitù contribuisce alla produzione in almeno 122 Paesi (dei 167 analizzati). 
“Si pensa che la schiavitù appartenga al passato o che esista solo nei paesi devastati da guerre e povertà, ma la è ancora una drammatica realtà”, ha detto il presidente dell’organizzazione, Andrew Forrest. 
Secondo l’International Labour Organization (ILO), i profitti annuali derivanti da questi lavori forzati ammonterebbero a 150 miliardi di dollari. 
In basse all’analisi condotta (che tiene presente diversi fattori), le nazioni peggiori sarebbero la Mauritania e l’Uzbekistan. 
Ma, se si cerca in quali Paesi si trova il maggior numero di schiavi, in vetta alla classifica si piazza l’India con 14.285.700 schiavi (più dell’1,14 per cento della popolazione) e la Cina, dove le persone che vivono in condizioni di schiavitù sono 3.241.400. 
Dopo aver visto questi numeri non sorprende che il costo dei prodotti realizzati in questi Paesi sia così basso.

I “nuovi” schiavi sono anche negli Usa (oltre 60.000) e in Europa, dove in base allo studio se ne troverebbero oltre 500.000. 
Molti di loro in Paesi come il Kosovo, la Turchia o la Bosnia Erzegovina, ma anche in Paesi insospettabili come la Germania (dove sono più di 10.000) o in Polonia (oltre 70.000).
E in Italia?
 Per assurdo che possa sembrare anche in Italia la schiavitù è ancora esistente: in base ai dati del rapporto in Italia sarebbero 11.400 gli schiavi (erano poco più di 8000 solo un paio d’anni fa, segno che il problema, lungi dall’essere risolto, è invece in crescita).
Persone, spesso immigrati clandestini, che finiscono nelle mani di schiavisti che li usano come manodopera nell’agricoltura o per produrre beni a costi così bassi da renderli competitivi sui mercati internazionali. 
E per far sì che i Paesi in cui si trovano queste aziende possano scalare i ranking mondiali

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