"Quando i poteri pubblici violano le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all'oppressione è un diritto e un dovere del cittadino". GIUSEPPE DOSSETTI

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giovedì 27 marzo 2014

Tetto agli stipendi d’oro, la beffa a due anni dalla legge Monti

Tetto agli stipendi d’oro, la beffa a due anni dalla legge Monti

Nel 2011 il governo Monti stabilì che nessun manager pubblico avrebbe guadagnato più dei giudici della Consulta: 302 mila euro l’anno il tetto massimo; quel provvedimento scatenò una grossa bufera attorno alla
compagine governativa di Monti, tra chi ne plaudeva l’iniziativa e tra chi invece lamentava trattamenti iniqui ai poveri manager pubblici.

Dopo due anni il giornalista Sergio Rizzo è tornato sull’argomento e, con un articolo sul Corriere della Sera di oggi, nota come quella legge fu, in realtà una vera e propria beffa: in verità, gli unici due manager pubblici a vedersi tagliato lo stipendio sono stati l’ad di Invitalia Domenico Arcuri ed il presidente di Anas Pietro Ciucci.

Quando nel 2011 Monti stabilì il tetto massimo a 309mila euro era chiaro che la problematica maggiore si sarebbe avuta, spiega Rizzo, nelle società pubbliche più che con i burocrati ministeriali e dei vari enti: il vertice della piramide rischiava di mandare tutto a monte e quindi fu deciso di far redigere il regolamento dal Tesoro.

I super-manager sembravano aver tirato un sospiro di sollievo, visti i tempi certamente “morbidi” di stesura del regolamento, come da migliore tradizione ministeriale, ma un emendamento presentato alla Camera dalla leghista Manuela Dal Lago rischiava di far scattare “la tagliola” più in fretta del previsto. Spiega Sergio Rizzo:

“Il Tesoro riesce a metterci una pezza per le società quotate come Eni, Enel, Finmeccanica e Terna, che vengono così salvate. Passa poi qualche mese e spunta magicamente un altro emendamento, con il quale si escludono dal tetto anche le società non quotate ma che hanno emesso «strumenti finanziari» sui mercati non regolamentati. Una fattispecie del tutto inedita, che però consente di tirare fuori dal mazzo le Ferrovie dello Stato con gli 873.666 euro di Mauro Moretti, la Cassa depositi e prestiti con il milione 35 mila euro di Giovanni Gorno Tempini, e le Poste con il milione e mezzo di Massimo Sarmi.”
nomi che, anche di recente, si ripropongono con rinnovata verve polemica. Un altro emendamento poi stabilì che il tetto massimo non valeva per i manager delle società controllate: quando nel 2013 arrivò il momento di tagliare ecco l’amara sorpresa.
Su 7.411 società pubbliche solo due manager videro adeguare lo stipendio a quello del primo presidente di Cassazione. Spiega ancora Sergio Rizzo:
“C’è chi la fa risalire alla scelta di consentire alla Pubblica amministrazione di assumere manager dall’esterno a tempo determinato. Preparatissimi ma anche pagatissimi. […] La quotazione in Borsa ha fatto allineare i compensi delle imprese pubbliche con quelli delle aziende private anche quando non ce n’era oggettivamente ragione. E pure qui tanto al centro quanto in periferia. L’amministratore delegato e direttore generale dell’Acea, per esempio, guadagna in tutto 1,3 milioni di euro. Il quintuplo di quello che un tempo era lo stipendio del presidente dell’Iri.”
La parte variabile degli stipendi, apparentemente meritoria, è in verità il vero vulnus delle pubbliche retribuzioni: Nando Pasquali, amministratore di Gse, nel 2012 ha percepito 520 mila euro, di cui 238 mila come parte accessoria. Il 100% del totale: alzi la mano chi è così bravo nel settore privato.
“Perché invece di fissare un tetto che si troverà sempre il modo di aggirare, non paghiamo i manager solo sulla base del merito, abolendo la parte fissa della retribuzione e valutando in modo rigoroso e trasparente i risultati della gestione?”
si chiede Rizzo sul Corriere. 
Noi una risposta non l’abbiamo, magari Matteo Renzi si.

fonte: http://www.soldiblog.it/post/69467/tetto-agli-stipendi-doro-la-beffa-a-due-anni-dalla-legge-monti
http://www.signoraggio.it/tetto-agli-stipendi-doro-la-beffa-a-due-anni-dalla-legge-monti/

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