"Quando i poteri pubblici violano le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all'oppressione è un diritto e un dovere del cittadino". GIUSEPPE DOSSETTI

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venerdì 21 marzo 2014

Testamento biologico ed eutanasia: Napolitano riaccende il dibattito

Testamento biologico ed eutanasia: Napolitano riaccende il dibattito

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha deciso di scrivere a Carlo Troilo, consigliere generale dell’associazione Luca Coscioni, che dal 2002 si occupadi eutanasia, di testamento biologico e dei suicidi dei malati
terminali. 
Una lettera che punta a scuotere il dibattito parlamentare, invitando la politica ad affrontare una problematica che da anni contrappone scienza e coscienza alla morale religiosa. Specie dopo il caso di Eluana Englaro, si è parlato più volte di testamento biologico, ma alla fine tutto si è risolto in un nulla di fatto.

“Ritengo che il Parlamento - ha scritto Napolitano -
non dovrebbe ignorare il problema delle scelte di fine vita ed eludere
un sereno e approfondito confronto di idee su questa materia”. Poi la promessa di impegno: “Richiamerò
su tale esigenza, anche attraverso la diffusione di questa mia
lettera, l’attenzione del Parlamento”. Inutile quindi chiudere gli occhi
per non vedere.

Sono migliaia i malati e le famiglie che ogni giorno si trovano faccia a faccia con il tema eutanasia, sospesi fra la vita e la morte, con la sofferenza che corrode l’animo.Aggiunge Napolitano: “Drammatici
nella loro obiettiva eloquenza sono d’altronde i dati resi noti da
diversi istituti che seguono il fenomeno della condizione estrema di
migliaia di malati in Italia. Sento profondamente – conclude Napolitano
– la drammaticità del travaglio che hanno vissuto altri partecipanti
alla conferenza stampa per le disperate vicende di loro cari”.

“Ringraziamo Napolitano per aver sostenuto la nostra richiesta. Ora
il Parlamento risponda”. Questa è la risposta dell’associazione fondata
nel 2002 da Luca Coscioni, docente, economista e politico, morto poi nel 2006, a soli 38 anni, per una sclerosi laterale amiotrofica. Continua l’associazione: “Bisogna
contribuire a scuotere il muro di silenzio su questo tema, spingendo
il Parlamento a discutere finalmente di eutanasia”. A tal proposito,
l’associazione ha presentato una proposta di legge di iniziativa popolare lo scorso 13 settembre 2013, con l’obiettivo di legalizzare l’eutanasia, in forza del sostegno di altre associazioni e di oltre 70mila firme dei cittadini.

A che punto è l’Italia? Di testamento biologico (o
dichiarazione anticipata di trattamento) si parla ormai da diversi anni
ma senza essere giunti ad una conclusione. Il testamento biologico è lo strumento attraverso il quale una persona, in condizioni di lucidità mentale, dichiara di accettare oppure no le cure qualora si trovasse in una condizione di incapacità decisionale
di fronte a malattie o lesioni traumatiche cerebrali irreversibili o
invalidanti, o a malattie che costringano a trattamenti permanenti con
macchine o sistemi artificiali. In Italia non esiste ancora una legge a proposito.L’unica possibilità per un cittadino italiano è quello di scrivere un documento non giuridico
su diverse specifiche questioni (donazione degli organi, cremazione,
terapia del dolore, nutrizione artificiale e accanimento terapeutico)
senza però creare nessun obbligo per i medici, che potranno decidereautonomamente dalla volontà del malato terminale.

Eppure l’Italia ha firmato nel 2001 la Convenzione sui diritti umani e la biomedicina di Oviedo (Spagna),
secondo cui “i desideri precedentemente espressi a proposito di un
intervento medico da parte di un paziente che, al momento
dell’intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà saranno
tenuti in considerazione”. Non solo, anche il Codice di Deontologia medica ha ribadito che i medici dovranno considerare le precedenti volontà di ogni singolo paziente. Il problema è che l’Italia sembra stia ignorando il dibattito internazionale. Lo dimostra il fatto che la Convenzione di Oviedo è stata firmata, è stata recepita dalla legge n.145 del 2001, ma non è stata ancora ratificata, così da renderla priva di efficacia. Poiché la ratifica riguarda da vicino le competenze del presidente della Repubblica, è ignoto perché Napolitano non si sia ancora attivato,nonostante il suo interesse sull’argomento.

Tralasciando la Convenzione di Oviedo e i meeting internazionali, in Italia il dibattito sulla questione è praticamente assente, a causa di una forte presa di posizione da parte della Chiesa e dei più credenti. E’ proprio la religione (ma non solo) che ha resoimpossibile il confronto fra laici, radicali e cattolici. Da una parte chi difende la libertà individuale e dall’altra chi parla di difesa della vita, sopra
ogni volontà. “E’ giusto che una persona continui a soffrire nonostante
non abbia alcuna speranza?”, è la domanda dei pro-eutanasia a cui
rispondono i contrari, “Chi siamo noi per poter ‘staccare la spina’ e
decidere se la vita debba continuare oppure no?”. Comunque, al di là
delle solite “polemiche da stadio”, di concreto c’è ancora ben poco.

La politica è inadeguata e la Chiesa troppo poco incline al dibattito. L’unica “apertura” viene da dal cardinale Angelo Bagnasco, presidente della CEI, che ha sollecitato a varare una legge sulla fine vita che
riconosca in modo legale ed inequivocabile la dichiarazione volontaria
di una persona cosicché, qualora sfortunatamente serva, il medico possa
avere una quadro della situazione più preciso ed operare con la fusione di scienza e coscienza. Ciò non significa che Bagnasco sia favorevole alla eutanasia, ma potrebbe esser un punto di partenza per sedere allo stesso tavolo.

Il dibattito si è ravvivato soprattutto in due occasioni: il caso Welby e il caso Englaro. Piergiorgio Welby è
stato attivista, politico, giornalista, poeta e pittore, affetto da
distrofia muscolare dall’età di 16 anni. La sua malattia si è
gradualmente aggravata fino a costringerlo a rimanere immobilizzato a letto e attaccato ad una macchina per respirare. Da sempre sostenitore del diritto all’eutanasia, Welby chiese di poter morire nel 2006. Si
aprì allora un’ampia discussione sulla vicenda, che coinvolse politica,
Chiesa, associazioni di vari genere, opinione pubblica. Il 20 dicembre 2006, secondo la sua diretta volontà, Welby morì. Ancor più complicata la vicenda di Eluana Englaro, donna che ha vissuto per 17 anni in stato vegetativo a seguito di un incidente stradale. Mentre per Welby la volontà di morire fu palese e da lui stesso espressa, per la Englaro medici e giudici vagarono nel buio per anni. Secondo la famiglia e le amiche, Eluana avrebbe preferito morire piuttosto che rimanere attaccata ai macchinari. Sembra infatti che, a seguito di un incidente di un suo amico che andò in coma, Eluana disse che lei avrebbe preferito morire anziché rimanere in vita per le cure forzate. Dopo anni di discussioni e polemiche (la maggior parte inopportune e strumentali)
, il 9 febbraio 2009 la Englaro morì per l’interruzione della nutrizione artificiale.

fonte: http://it.ibtimes.com/articles/64056/20140320/eutanasia-testamento-biologico-englaro-welby-napolitano-coscioni-chiesa.htm
http://www.signoraggio.it/testamento-biologico-ed-eutanasia-napolitano-riaccende-il-dibattito/

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