"Quando i poteri pubblici violano le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all'oppressione è un diritto e un dovere del cittadino". GIUSEPPE DOSSETTI

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domenica 9 febbraio 2014

Il racket cinese di nuovo in azione a Firenze: reportage

Il racket cinese di nuovo in azione a Firenze: reportage 

L’ennesimo incendio doloso di un capannone industriale nella chinatown fiorentina riporta all’attenzione un problema da sempre sottovalutato: quello della criminalità organizzata
Questa volta un redattore di Signoraggio.it è stato testimone oculare di un grave fatto di cronaca.
 Il sottoscritto, nella mattinata del 6 Febbraio, percorreva il raccordo autostradale che dall’aeroporto Amerigo Vespucci di Firenze porta al casello della A1. Volgendomi sulla mia sinistra, in direzione del centro commerciale Ikea, nella zona industriale dell’Osmannoro, ho notato un intenso fumo nero che si sprigionava da un capannone. Mi sono immediatamente recato sul posto, per vedere di cosa si trattava, assistendo all’arrivo dei Vigili del Fuoco che, in forze, si sono subito prodigati nel tentativo di arginare le fiamme di uno spaventoso incendio che, nell’arco di pochi minuti, aveva completamente devastato uno dei tanti capannoni della zona, gestiti prevalentemente dalle tante imprese tessili della comunità cinese. Attorno ai mezzi dei Vigili del Fuoco e nei pressi del capannone che bruciava c’era un viavai di Cinesi che correvano avanti e indietro, formavano capannelli e discutevano animatamente.
È risaputo che, fra la periferia Nord-Ovest di Firenze e Prato, passando per i comuni di Sesto Fiorentino e Campi Bisenzio, abbia ormai da tempo messo le proprie radici la più grande e numerosa comunità cinese d’ Italia. Tanto che questa vasta area dell’hinterland fiorentino è comunemente chiamata “Chinatown”, e la frazione di S. Donnino è stata ribattezzata (dai pochi Italiani che ancora vi risiedono) S. Pechino. Scritte ed insegne in Cinese ovunque, persino sui cassonetti dei rifiuti, e lavoro intenso e senza soste nel microcosmo di tanti capannoni industriali dove migliaia di immigrati, in buona parte clandestini, vengono in molti casi barbaramente sfruttati da organizzazioni malavitose asiatiche che gestiscono il florido settore del tessile “low cost”, calzaturifici e fabbriche di borse. Quelle stesse borse che poi vediamo vendere dai Senegalesi nei centri storici delle nostre città o sulle nostre spiagge durante l’estate.
Si tratta, nel complesso, di un giro d’affari enorme sul quale le amministrazioni dei comuni interessati, tutte governate dal PD, chiudono un occhio, anzi tutti e due; un giro d’affari che esula quindi da qualsiasi regolamentazione e che le esigue forze della Guardia di Finanza presenti sul territorio non riescono a monitorare a sufficienza. Un giro d’affari che genera un costante fiume in piena fatto di centinaia di milioni di Euro che vengono sottratti all’economia nazionale ed esportati illegalmente verso la Cina con la complicità delle innumerevoli agenzie di money-transfer.
Mentre le imprese italiane, strangolate dalla crisi economica e da una pressione fiscale inaudita (fra le più elevate al mondo), chiudono inesorabilmente una dopo l’altra, i capannoni che queste lasciano vuoti vengono prontamente rilevati ed occupati dalle centinaia di imprese cinesi che nascono come funghi, stando spesso in vita un anno o poco più, per poi chiudere e riaprire immediatamente con altro nome e con altri titolari. Un sistema, questo, ampiamente adottato per eledudere i controlli fiscali, che difficilmente vengono eseguiti durante il primo anno di attività di qualsiasi azienda.
Il problema di fondo è che, a fronte delle poche imprese cinesi che si sforzano di mantenersi nella legalità e che operano per integrarsi nel tessuto economico e sociale del territorio, la stragrande maggioranza di esse è di fatto sotto il controllo della criminalità organizzata, che trae i suoi profitti dall’intenso sfruttamento dei lavoratori clandestini, spesso costretti a 16 ore di lavoro giornaliere e a mangiare e dormire negli stessi angusti ambienti di lavoro. Si verificano di frequente casi di estorsione, di omicidio e di sequestro di persona, ma una pesante e impenetrabile cappa di omertà avvolge costantemente il tutto.
Il sito internet del quotidiano fiorentino La Nazione ha riportato oggi la notizia dell’incendio al quale ho assistito, riportando che ci sono volute ben nove ore per domare completamente le fiamme che hanno distrutto un capannone che ospitava tre fabbriche gestite da imprenditori cinesi. E si è trattato di un incendio doloso, come hanno appurato gli inquirenti, che hanno trovato all’interno del capannone resti di contenitori che erano pieni di liquido infiammabile e con i quali si ritiene che il fuoco sia stato appiccato. In questo caso non ci sono state vittime, perché tutti gli operai pare che siano riusciti a mettersi in fuga non appena l’incendio è divampato.
Secondo quanto riporta La Nazione, una delle ditte colpite faceva ottimi affari importando dalla Cina valige e trolley, smerciati poi sul mercato italiano ed europeo. Secondo le testimonianze raccolte da alcuni degli operai, ogni Lunedì e Martedì la ditta cinese riceveva un ingente carico di valige che teneva in deposito nel capannone, riuscendo a smistarle poi subito sul mercato.

Incidenti (anzi, dovremmo dire attentati intimidatori) come questo sono all’ordine del giorno in questa vasta terra di nessuno in cui neanche le forze dell’ordine spesso riescono ad entrare. Ed è impensabile che tutto questo avvenga senza la complicità e la connivenza delle forze politiche che amministrano il territorio, in primis il Partito Democratico guidato da Matteo Renzi, che di Firenze, non ce lo scordiamo, è anche il Sindaco.
Quella stessa forza politica che, in campagna elettorale, si riempie la bocca di parole come “integrazione” e “tolleranza”, esaltando i diritti civili e le rivendicazioni dei lavoratori, per poi chiudere un occhio sul proliferare della criminalità organizzata e sullo sfruttamento schiavistico dei lavoratori immigrati ad opera dei loro stessi connazionali.
Anche questa, cari lettori, è la città di Matteo Renzi, quel modello che molti vorrebbero imporre su scala nazionale.

Nicola Bizzi

http://www.signoraggio.it/il-racket-cinese-di-nuovo-in-azione-a-firenze-reportage-di-signoraggio-it/

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