"Quando i poteri pubblici violano le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all'oppressione è un diritto e un dovere del cittadino". GIUSEPPE DOSSETTI

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domenica 2 febbraio 2014

Da venti anni il popolo italiano attende la fine del finanziamento pubblico ai partiti, nel frattempo, la politica ha ottenuto 2 miliardi di euro.

Da venti anni il popolo italiano attende la fine del finanziamento pubblico ai partiti, nel frattempo, la politica ha ottenuto 2 miliardi di euro. 

(Bruno Rosso)
Dalla palese violazione degli esiti del referendum abrogativo del 1993, il cambiamento tanto auspicato in tema di finanziamento pubblico ai partiti non è mai giunto a soddisfacimento. 
Ora, la necessità di riavvicinare una classe politica ampiamente delegittimata al proprio corpus elettorale rende indispensabile un provvedimento che vada in tale direzione. 
Il 13 dicembre scorso, Letta annunciò l’ abolizione del finanziamento pubblico ai partiti a partire dal 2017. 
Ad oggi, tuttavia, la legge è bloccata in commissione affari costituzionali del Senato.
Sono oltre 180 gli emendamenti presentati in Commissione, la cui relatrice è la renziana Isabella De Monte (che ha sostituito il dimissionario Alessandro Maran di Sc). 
L’abolizione dei finanziamenti è uno di quei punti su cui si vuole lavorare per riavvicinare la politica al cittadino, per riconquistare quella credibilità che tutt’oggi manca. 
Vietato quindi ogni passo falso.
 Per questo sono tante le proposte di modifica al sistema escogitato da Palazzo Chigi, meccanismo di abolizione che lascia qualche dubbio. 
Il governo Letta ha deciso di abolire gradualmente il finanziamento, abolizione che entrerà a pieno regime soltanto nel 2017, quando saranno possibili soltanto finanziamenti privati, fiscalmente agevolati. 
I cittadini potranno, se lo vorranno, destinare il 2 per mille della loro dichiarazione dei redditi al partito preferito. 
In caso di non scelta, i soldi andrebbero allo Stato. 
Possibili anche le donazioni fino a 300mila euro e limiti precisi per i versamenti da parte di associazioni, fondazioni e società. Tuttavia alcuni esperti hanno ipotizzato che il gettito totale si abbasserà solamente di circa 20 milioni di euro annui (72 anziché i 91 milioni totali previsti dalla legge n.96/2012).
Sulla base dell’incertezza, non potevano quindi mancare emendamenti vari. 
Una proposta è quella del dalemiano Ugo Sposetti e del bersaniano Miguel Gotor, che hanno avanzato un modello di finanziamenti sulla base di quello tedesco.
 Ciò significa due parole: democrazia e trasparenza. 
I partiti non potranno ricevere più del 90% di quanto speso e dovranno dimostrare le uscite al centesimo.
 Inoltre, per accedere al finanziamento i partiti dovranno essere in possesso di uno statuto che regoli in maniera democratica la vita interna e l’organizzazione dell’entità partitica. 
Sempre il Pd, ma in quota Renzi, ha presentato un altro emendamento che chiede che le detrazioni fiscali sugli importi tra 30 e 20mila euro sia del 20%, piuttosto che 37%, e del 15% tra 20mila e 70mila, anziché 26%.
L’idea del M5S è invece molto chiara: abrogazione immediata del finanziamento pubblico dei partiti e la restituzione di tutti i rimborsi elettorali ricevuti dalle forze politiche a partire dal 1999, per finanziare un fondo di garanzia per le piccole e medie imprese.
 I grillini hanno tra l’altro già anticipato il decreto, restituendo i 42 milioni di euro percepiti dalle ultime elezioni politiche. Forza Italia ha invece proposto un emendamento che chiede di alzare da 300mila a 500mila i contributi volontari. 
E il motivo 
è abbastanza facile da intuire.
 Emendamenti poi da parte di Sc, Lega e Sel. Insomma, dibattito aperto e tutt’ora in corso. Prima che il decreto venga approvato dal Senato, per poi tornare alla Camera per il sì definitivo, ne passeranno di giorni.
L’abolizione del finanziamento pubblico è necessario. Non è demagogia, è necessita. I numeri presentati da Openpolis su Repubblica.it hanno dell’incredibile. Dal 1994 ad oggi sono 2,7 i miliardi erogati dallo Stato per elezioni Politiche, Europee e Regionali (Amministrative escluse). Poiché le spese accertate sono “solo” 700 milioni, significa che dalle casse statali sono fuoriusciti 2 miliardi di euro per i partiti senza alcun controllo. Solo nel 2001 addirittura furono concessi 476 milioni. Numeri paurosi.
Il finanziamento pubblico fu introdotto dalla Dc nel 1974 con la legge Piccoli. Dunque, quarant’anni di denari, sprechi e polemiche. 
Nel 1993, sulla scia di Tangentopoli, i radicali riuscirono a far passare un referendum abrogativo, che toglieva questo tipo di finanziamenti. Ma il cambiamento invocato da popolo non si realizzò mai. Anzi. La legge n.2 del 1997 reintrodusse il finanziamento, permettendo ai contribuenti di destinare il 4 per mille della loro dichiarazione dei redditi, senza però poter scegliere a che partito indirizzare l’aiuto economico. Nel 1999 si stabilì una cosa ancor più incredibile: i rimborsi statali non avrebbero dovuto avere attinenza con le spese realmente sostenute. Se comunque pensate che questo sia tutto vi sbagliate. Nel 2002 fu deciso di abbassare il quorum di accesso al finanziamento dal 4% all’ 1%, mentre nel 2006 si decise che l’erogazione dei rimborsi sarebbe dovuta essere pari a cinque anni di legislatura, anche se la stessa legislatura fosse terminate in anticipo. Per vedere un’attenuazione di questo scempio bisognerà aspettare la legge n.96 del 2012, che ha “regolamentato” la materia, imponendo il limite di 91 milioni annui, tra rimborsi e cofinanziamenti. Ma non è abbastanza. Ecco perché un cambiamento serio serve.

Fonte: Davide Iandiorio http://it.ibtimes.com/
http://www.signoraggio.it/da-venti-anni-il-popolo-italiano-attende-la-fine-del-finanziamento-pubblico-ai-partiti-nel-frattempo-la-politica-ha-ottenuto-2-miliardi-di-euro/

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