"Quando i poteri pubblici violano le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all'oppressione è un diritto e un dovere del cittadino". GIUSEPPE DOSSETTI

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lunedì 10 febbraio 2014

Cinesi ‘africani’ investono a Hong Kong

Cinesi ‘africani’ investono a Hong Kong

Due terzi dei milionari cinesi sarebbero già emigrati o avrebbero in programma di farlo
Li chiamano funzionari ‘nudi‘. Sono quegli amministratori pubblici che nascondo fondi in conti esteri, pur continuando a vivere una vita relativamente umile in patria; spediscono coniugi e figli oltreconfine ad amministrare e godere il frutto della loro corruzione. 
Per quanto la fuga dei ricchi cinesi dal Paese non riguardi solo i funzionari pubblici, il fenomeno dei funzionari ‘nudi’, in Cina -Paese ai vertici della classifica mondiale della corruzione- è già diventato virale, tanto che Pechino è corso ai ripari varando negli ultimi mesi una serie di norme mirate ad arginare l’estensione del problema. 
Nessuna promozione per «coloro i cui coniugi sono emigrati all’estero, o, se non c’è il coniuge, quelli i cui figli si sono trasferiti all’estero».
Il diktat si inserisce nell’agguerrita battaglia alla corruzione lanciata dal nuovo Presidente Xi Jinping nella cui rete sono già caduti diversi pezzi grossi, per un totale di 36.907 indagati soltanto tra gennaio e novembre 2013. 
Alcuni mesi fa laCommissione centrale di Ispezione e Disciplina, massimo organismo anticorruzione del Dragone, ha richiesto ai funzionari freschi di nomina di dichiarare tutti i loro assets ed eventuali residenze all’estero.
 A Guangzhou, nel sud del Paese, le autorità sono andate oltre, costringendo circa 2000 capi villaggio a consegnare i loro passaporti per evitare fughe con malloppo.
La Repubblica popolare è il maggior esportatore di capitali illeciti al mondo. 
«Parliamo di un giro d’affari di circa mille miliardi di dollari, contro gli 880 della Russia e i 461 del Messico» spiegava al ‘South China Morning Post‘ Clark Gascoigne, portavoce di Global Financial Integrity, in occasione della pubblicazione dell’inchiesta ‘China Leaks’ condotta dall’International Consortium of Investigative Journalism sulle fortune dei leader cinesi nei paradisi fiscali.
Se le stime di ‘Hurun’ (il ‘Forbes’ in salsa di soia) sono esatte, quasi due terzi dei milionari cinesi sarebbero già emigrati o avrebbero in programma di farlo. 
Di questi, però, solo il 15% ha intenzione di rinunciare alla cittadinanza cinese, mentre la maggior parte vuole semplicemente una residenza permanete oltremare.
Stando a quanto riporta la ‘Reuters’, negli ultimi anni molti quadri corrotti si sono avvalsi del CIES (Hong Kong Capital Investment Entrant Scheme) per mettere al sicuro oltre un milione di dollari a testa. 
Il sistema, introdotto dall’ex colonia britannica nel 2003 per stimolare l’economia durante l’epidemia di Sars, ha riscosso un notevole successo tra i cugini della mainland, che vi hanno individuato un ottimo escamotage per investire denaro vicino casa, aggirando i rigidi controlli imposti da Pechino. 
E attingere a piene mani ai vantaggi derivanti dall’autonomia amministrativa conservata dal Porto Profumato anche dopo il ritorno alla Cina nel 1997. 
In alcuni casi, per gli investitori costituisce un ottimo espediente attraverso il quale ottenere la residenza hongkonghese e tutto ciò che ne consegue: meno tasse, prestazioni sociali migliori e un minor controllo governativo sui beni personali.
Come si legge sul sito ‘Hong Kong Capital Investment Entrant Scheme’, «Il CIES mira a facilitare l’ingresso» a Hong Kong, «per la residenza attraverso l’investimento di capitali in attività consentite». «I richiedenti possono beneficiare di una delle economie più libere del mondo e di un regime semplice con imposizioni fiscali basse».
Per aderire al programma, così com’è stato emendato nel 2010, è necessario un investimento da non meno di 1,29 milioni di dollari (l’equivalente di 10 milioni di dollari di Hong Kong). 
C’è un però: il CIES accetta investimenti da cittadini di Nazioni estere, incluse Taiwan e la regione amministrativa speciale di Macao, ma chiude categoricamente le porte a quelli di Afghanistan, Cuba, Corea del Nord e Repubblica popolare cinese.
 A meno che questi ultimi non abbiano una residenza permanete all’estero.
 I numeri dimostrano che l’ostacolo, tuttavia, non è insormontabile.
Un’agenzia di immigrazione locale ha riferito alla ‘Reuters’ che lo scorso anno circa un terzo delle 500 pratiche gestite riguardavano quadri e legislatori cinesi. «Un gran numero di funzionari cinesi ha trasferito famiglia e assets offshore, pur continuando a lavorare per il governo di Pechino» spiega Guobin Zhu, professore di diritto presso la City University di Kong Kong «il piano d’investimento di Hong Kong permette ai quadri di spostare le proprie ricchezze oltreconfine».
Nel centro della capitale finanziaria d’Asia è facile incontrare agenti che aiutano i ricchi cinesi a investire nell’isola, per un compenso di 200mila dollari di Hong Kong (25.800 dollari americani). 
Li vedi agitare volantini e pronunciare alcune paroline magiche alle orecchie di chi desidera smarcarsi dai controlli sui capitali e nascondere le proprie ricchezze da occhi indiscreti: «Non è necessario dichiarare la fonte dei patrimoni».
Nel terzo trimestre del 2013 le richieste per il Capital Investment Entrant Scheme sono più che raddoppiate rispetto all’anno precedente, toccando la cifra record di 3.380 candidati. Sono, invece, già oltre 17.000 gli investitori provenienti dalla Cina continentale con residenza all’estero, pari all’87% dell’ammontare complessivo di tutti gli aderenti, secondo conteggi realizzati da ‘Reuters’ sulla base dei dati del Dipartimento per l‘Immigrazione della regione amministrativa speciale. Gli agenti riferiscono che parte dell’importo richiesto per prendere parte al CIES viene utilizzato per comprare una residenza permanente nel Continente Nero.
 E’ così che 13.300 di quanti hanno aderito allo schema possono oggi dichiarare di essere residenti in Gambia e Guinea-Bissau, sebbene molti non vi abbiano mai messo piede.
«Emigrare a Hong Kong è più facile che in altri Paesi» afferma un richiedente originario di Shenzhen di nome Liu, che nel 2011 ha acquistato una residenza permanete in Gambia per sé e per la sua famiglia.
 «Ci vogliono solo 6 mesi per ottenere una carta d’identità di Hong Kong, e dopo il limite di tempo previsto (7 anni) farò domanda anche per un passaporto» racconta.
Sul sito di Weng Li International Immigration Consultants Ltd viene confermata la totale riservatezza delle informazioni sugli assets, specificando, inoltre, che è possibile «mantenere lo status di registrazione famigliare cinese». Il che consente di lasciare invariati l’identità degli investitori e gli interessi commerciali sulla terraferma. «E’ semplice. Basta comprare una residenza permanete in Africa», confermano fonti interne alla società Worldway Group di Guangzhou. Tutto ciò che serve ad una famiglia per risultare residente in Guinea-Bissau è la copia del passaporto cinese, il certificato di nascita e di matrimonio, una fedina penale pulita, 12 fototessere e 15 giorni lavorativi.
Perfettamente a conoscenza del fenomeno, il Dipartimento di Sicurezza di Hong Kong ha dichiarato che il CIES e i regolamenti per accedervi sono già in fase di revisione.
“La storia non mi sorprende”, ci spiega Gianpaolo Camaggio, responsabile per la Cina di C&A Advisors, società che offre servizi di consulenza contabile e fiscale “Hong Kong è sempre stata la via più facile per aggirare le leggi (anche tributarie) cinesi. A naso non credo che l’obiettivo sia ‘interrompere un’emorragia di capitali in uscita’ (i soldi cinesi di chi aveva qualcosa da nascondere sono già fuori) quanto riequilibrare il rapporto tra Hong Kong e madrepatria. Stanno facendo un bel po’ di sparate su Hong Kong: dalla Shanghai free trade zone in avanti, vedo sempre più minacciati gli interessi della regione amministrativa speciale, che comunque rimane un avamposto occidentale in terra cinese”.
La strategia di occultamento delle ricchezze attraverso il Porto Profumato preoccupa non poco il Partito comunista cinese. Nonostante il Ministero degli Esteri abbia dichiarato di non essere al corrente della faccenda nello specifico, il portavoce del dicastero, Hong Lei, ha fatto notare che «di recente abbiamo introdotto una serie di misure anticorruzione. Sono certo che faranno effetto». Il 1 gennaio sono entrate in vigore le nuove norme emesse dalla SAFE (State Administration of Foreign Exchange), l’agenzia della banca centrale incaricata di amministrare ed allocare le riserve internazionali, che richiedono ai cittadini e alle organizzazioni cinesi, così come gli individui stranieri e le organizzazioni che svolgono attività in Cina, di presentare relazioni sulle attività e passività finanziarie all’estero. E «le attività all’estero includono anche gli investimenti effettuati per scopi di immigrazione, così come quelli realizzati per ottenere la residenza ad Hong Kong», specifica il ‘Time Weekly‘.
D’altra parte, rimangono ancora molte le strategie a disposizione di quanti vogliono spostare il proprio patrimonio nell’ex colonia inglese e scavalcare i limiti di controllo sui capitali imposti dalla Dragone, che vieta ai singoli individui di cambiare in valuta estera somme superiori all’equivalente di 50.000 dollari l’anno. C’è chi ricorre a reti bancarie sotterranee, chi assume prestanome per aprire diversi conti sull’isola o chi sposta i bigliettoni oltreconfine, semplicemente legandoseli intorno al corpo.

Fonte: http://www.lindro.it/societa/societa-news/societa-news-esteri/2014-02-07/117766-cinesi-africani-investono-a-hong-kong

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