"Quando i poteri pubblici violano le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all'oppressione è un diritto e un dovere del cittadino". GIUSEPPE DOSSETTI

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martedì 17 dicembre 2013

Partendo da piazza Fontana

Partendo da piazza Fontana

Se fossi un magistrato della Procura di Milano, e mi capitasse di leggere la lucida, direi inquietante, riflessione di Vincenzo Vinciguerra sulla strage di Piazza Fontana (Vedi apresso) e le recenti (presunte) indagini, penso che farei un salto dalla sedia.
C’è un brevissimo passaggio del suo saggio che dice così: “non tutti sono morti” e si riferisce a persone che hanno la responsabilità di quel tragico pomeriggio del 12 dicembre. 
 Non è una frase minacciosa o il vanto di uno che ne sa molto.
Vinciguerra ha scelto molto tempo fa la sua collocazione nelle vicende giudiziarie e a quella si è sempre attenuto, con estrema ostinazione.
 Non ha mai avuto bisogno di lanciare messaggi obliqui, non è mai stato questo il suo stile. 
E’ stato ed è sempre rimasto un soldato politico – e in questa veste parla di Pietro Valpreda. 
Se ha fatto nomi è per la denuncia politica dei ‘parastali’, i suoi ex camerati che brigavano con il potere. 
Ci ha abituati alle sue valutazioni tutt’altro che formali ma questa volta, dopo aver letto le motivazione della recente sentenza di archiviazione dell’ultima non-indagine, come giustamente ci avverte perché non è stato fatto nulla di ciò che presuppone una indagine (sentire testimoni, cercare conferme alle ipotesi che si presentano e quant’altro), sembra proprio che abbia avuto un sussulto di rabbia. 
Lo conosco attraverso le nostre lettere, sempre cortesi, affettuose nei miei riguardi – spero di non violare la sua riservatezza svelando questo particolare.
 Non mi pare un uomo impulsivo.
 Del resto, si possono scrivere poche pagine per istinto di rabbia ma non il lungo e meditato saggio che ci propone per la ricorrenza di questo anniversario della strage.
 Nel quale si coglie il fastidio per i tanti pezzi di verità disseminati e mai raccolti nei tribunali, sebbene si pretenda che la ricerca della verità sia un impegno inderogabile delle istituzioni.
La matassa giudiziaria è complicata.
 Vinciguerra, Paolo Cucchiarelli, con il suo libro-inchiesta, e Guido Salvini, con la sua aperta denuncia dell’operato della Procura di Milano, ci dicono che si potrebbe sbrogliare e raccontano molto a proposito.
 Se quella giudiziaria è una verità esclusivamente formale, tuttavia dobbiamo interrogarci se tutto non sia stato fatto per raggiungerla: sappiamo dei depistaggi, dell’inquinamento dei processi, ma in questo caso sembra che tutto sia conseguenza della perdita della memoria oppure, peggio, della difesa chiusa e non perdonabile dell’operato di una casta.
Vedremo cosa accadrà, se ci sarà un seguito a quelle parole – “non tutti sono morti“.
Intanto, oggi sappiamo comunque molto sulle bombe di Piazza Fontana. 
Le responsabilità del gruppo ordinovista veneto, quelle della rete di agenti atlantici che operavano nelle basi Nato e che controllavano, manipolavano e indirizzavano i neofascisti, la vera natura di Ordine nuovo – non quella di un movimento politico ma di un servizio segreto clandestino alle dipendenze di strutture atlantiche – la strategia dell’infiltrazione nei gruppi della sinistra, un capitolo doloroso per la sinistra stessa – Giuliano Spazzali, alla presentazione del libro di Cucchiarelli disse, “quel giorno perdemmo l’ingenuità, non l’innocenza”.
E sappiamo molto anche di tutto quello che venne dopo. 
E’ ora di cominciare a chiederci anche perché qualcuno ha voluto ‘scomporre tutto il quadro’, disarticolare la possibilità di capire. 
I magistrati di Brescia, nella loro memoria al processo di primo grado (16 febbraio 2011) per la strage di Piazza della Loggia, scrivono parole molto drammatiche, sulle quali si è riflettuto poco: “i risultati [della meticolosa inchiesta bresciana, ndr], in termini di ricostruzione del fatto, appaiono potenzialmente schizofrenici. Infatti, in base alle regole oggi vigenti, potrebbe giungersi a ricostruire un fatto differente (sebbene naturalisticamente identico) per ogni imputato, a seconda degli elementi utilizzabili nei suoi confronti e per alcuni potrebbe giungersi, in astratto, a negare la stessa sussistenza del fatto“. Cioè: tutto è stato reso illeggibile, sdoppiato, senza una apparente logicità. Impossibile appagare il bisogno della verità – anche come minimo risarcimento alle vittime.

Ma questo non vale forse anche per vicende recenti? Se facciamo un balzo e arriviamo al 1992, non si può dire lo stesso nel caso della prima, manipolata, ricostruzione della strage di Via D’Amelio? E’ venuto poi un pentito, redento e devoto, a raccontarci tutto. Spatuzza oggi dice: “se non avessi parlato io? Non avreste mai e poi mai saputo la verità“. Bisogna tirare i fili, perché in Italia ancora si pensa che la strategia della tensione sia cosa lontana e passata. Invece non si è mai interrotta. Lo storico Aldo Giannuli ci ha comunicato che lascia il campo della ricerca che ha praticato per molti anni per dedicarsi a studiare la storia del potere in Italia “ben al di là – dice – delle vicende della Strategia della tensione“: ma non è proprio questo, forse, il terreno di studio più importante per capire “l’attuale decadenza del Paese“, intento che egli si propone? Cioè portare all’oggi il patrimonio di analisi di un passato che non passa, anche se la scena sembra diversa e le bombe sono sostituite dalle Borse.

Le categorie dello stragismo neofascista o dello stragismo mafioso non bastano a spiegare. Vinciguerra nel suo saggio scrive: “ognuno è libero di pensare che quattro scalzacani dell’estrema destra, magari con l’aiuto di qualche ufficiale ‘infedele’ o poliziotto ‘colluso’, potessero assumersi con successo un compito così gravoso, si chiamino pure mago Zurlì (Franco Freda) o Caccola (Stefano Delle Chiaie)“.

Si può dire lo stesso di Totò Riina: ognuno è libero di pensare che sia lui il cattivo. Con quella faccia lì, come ha ordinato di ammazzare il piccolo Di Matteo ha pure ordinato le stragi. Però così non si spiega quasi niente degli eventi che hanno immobilizzato l’Italia, snervato ancora di più, ai primi anni ’90, la sua democrazia: chi si voleva proteggere buttando nell’arena il piccolo delinquente Vincenzo Scarantino? Perché Falcone non fu ammazzato a Roma, visto che tutto era già pronto? Chi convinse Riina a trasformare un’azione mafiosa in un’imboscata militare (non alla portata dei suoi picciotti)? Perché l’ordinivista-mafioso Rampulla il giorno della strage di Capace ha un impegno familiare? Perché il suo mentore, Saro Pio Cattafi, uomo-chiave dell’impero affaristico di Cosa Nostra, tiene in casa i falsi volantini di rivendicazione brigatista dell’assassinio del procuratore di Torino Bruno Caccia (tecnica ordinovista, non furbizia mafiosa) ? Perché non si è mai indagato sulle responsabilità del gruppo ordinovista La Fenice nella strage del Rapido 904 attribuita al mafioso Pippo Calò?

Dopo Piazza Fontana alcuni poteri, nazionali e internazionali, con le stesse tecniche, hanno assicurato la destabilizzazione del nostro paese e sono riusciti a camuffarsi. Per questo ha ancora ragione Vinciguerra quando chiude dicendo, “noi andiamo avanti”. Perché i protagonisti di quella vicenda e di quelle venute dopo non sono stati solo quelli che appaiono. E se anche oggi fosse tardi per dargli un nome e un cognome, tuttavia non è tardi per spiegare la natura e gli obiettivi della guerra non convenzionale dispiegata in Italia, perché siamo stati fagocitati da una lunga scia di eventi muti che hanno portato lutti e minato il nostro sistema democratico.

Stefania Limiti

http://www.signoraggio.it/partendo-da-piazza-fontana/

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