"Quando i poteri pubblici violano le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all'oppressione è un diritto e un dovere del cittadino". GIUSEPPE DOSSETTI

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sabato 23 novembre 2013

La Libia da Gheddafi ad Al Qaida.

La Libia da Gheddafi ad Al Qaida. 

La Libia da Gheddafi ad Al Qaida.

(Pierpaolo De Iulis)

Terrorismo e guerra fra bande alle porte d’Italia.
L’Italia ha un problema serio. Una polveriera sotto i piedi, distante solo poche centinaia di kilometri dalle coste siciliane.
 E’ la Libia del post-intervento militare alleato, del post-Gheddafi.
Dopo la sua tragica destituzione, la situazione dell’ordine pubblico nel paese è fuori controllo.
 Attentati contro politici, attivisti, giudici e servizi di sicurezza sono prassi quotidiana.
 Il governo centrale ha
difficoltà a controllare il paese, mentre le milizie rivali impongono la loro legge.
L’11 ottobre il Primo Ministro libico è stato rapito, per poi essere liberato nel giro di qualche ora. 
Questo sequestro è sintomatico della situazione del paese. Il 12 ottobre un’auto bomba è esplosa vicino alle ambasciate della Svezia e della Finlandia. 
Una settimana prima l’ambasciata russa era stata evacuata dopo essere stata invasa da uomini armati.
 Un anno fa era successo lo stesso all’ambasciata statunitense, nella quale l’ambasciatore e i suoi tre collaboratori vi avevano trovato la morte.
Ma la cosa più inquietante è la jihadizzazione del paese. 
Gli islamisti controllano interi territori e hanno uomini armati ai checkpoint delle citta di Bengasi e Derna.
La radicalizzazione in chiave islamista radicale, si estende ben al di là delle frontiere del paese.
 Il Ministro tunisino dell’interno descrive la Libia come un “rifugio per i membri nordafricani di Al Qaida”.

Comunque sia, la minaccia terrorista islamista nella regione e altrove sul continente africano fa comodo agli Stati Uniti. Costituisce la scusa perfetta per essere presente militarmente e intervenire nel continente africano. Non è sfuggito, a Washington, che la Cina e altri paesi emergenti sono sempre più attivi sul continente mettendo in pericolo l’egemonia degli Stati Uniti. La Cina è oggi il più importante partner commerciale dell’Africa. Secondo il Financial Times, “la militarizzazione della politica statunitense dopo l’11 settembre è da tempo discussa perché viene considerata, nella regione, come un tentativo degli Stati Uniti di rafforzare il loro controllo sulle materie prime e di contrastare il ruolo commerciale esponenziale della Cina.

Nel novembre 2006 la Cina organizzò un summit straordinario sulla cooperazione economica, cui parteciparono almeno 45 capi di Stato africani. Giusto un mese più tardi, Bush approvava la costituzione di Africom. Africom è il contingente militare statunitense (aerei, navi, truppe ecc) per le operazioni sul continente africano. L’abbiamo visto per la prima volta in azione in Libia e in Mali. Africom è oramai operativo in 49 dei 54 paesi africani e gli Stati Uniti dispongono in almeno dieci paesi di basi o installazioni militari permanenti. La militarizzazione degli Stati Uniti nel continente si allarga continuamente.

Da questo punto di vista, il mantenere un area di instabilità costante nei paesi africani costituisce per gli Stati Uniti la premessa per possibili azioni militari, prassi che è divenuta necessità con l’estendersi dell’influenza cinese sul continente africano. La guerra globale alle spartizioni delle ricchezze dell’Africa è appena iniziata, e il caso libico è uno degli scenari più inquietanti per i suoi sviluppi assolutamente fuori controllo. Una bomba ad orologeria pronta ad esplodere nell’ex ‘scatolone di sabbia’ di salveminiana memoria.

fonte: Resistenze.org
http://www.signoraggio.it/la-libia-da-gheddafi-ad-al-qaida/


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