"Quando i poteri pubblici violano le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all'oppressione è un diritto e un dovere del cittadino". GIUSEPPE DOSSETTI

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domenica 24 novembre 2013

Emanuela Orlandi. Protagonista, a propria insaputa, del Gioco Grande

Emanuela Orlandi. Protagonista, a propria insaputa, del Gioco Grande

Era il 22 giugno del 1983. Fu allora che ebbe ufficialmente inizio il mistero della sparizione di Emanuela Orlandi, la quindicenne figlia di un commesso della prefettura Vaticana, scomparsa nel nulla dopo essersi recata alla scuola di musica che frequentava, in piazza Sant’Apollinare, nella Capitale.
Una storia torbida, in cui hanno trovato spazio tutti i grandi “attori” dell’Italia degli ultimi decenni: il sesso, i soldi e il potere.
 Quello dei servizi segreti, della criminalità, del Vaticano, dei complotti internazionali e dei patti inconfessabili portati avanti nell’ombra, subdoli e melliflui.
 Ebbene sì: quella che poteva apparire come una tristemente ordinaria storia di cronaca, si è trasformata, negli anni, in uno dei più grandi misteri che il nostro paese abbia mai conosciuto. 
Trent’anni, e la verità appare ancora lontana. 
Trent’anni in cui, ciclicamente, la storia di Emanuela torna alla ribalta, si impossessa delle prime pagine dei giornali per offrire nuovi elementi, i quali, anziché offrire uno spiraglio di luce, infittiscono il mistero, trasformandolo in un enorme mosaico di tasselli scomposti e disordinati. 
Necessario, prima di tutto, cercare di comprendere cosa effettivamente accadde quel 22 giugno. 
Quel che si sa per certo è che la ragazza lasciò la propria residenza per recarsi alla scuola di musica, di proprietà del Vaticano e, ora, sede dell’Opus Dei, portando con sé il suo flauto traverso. Nel tragitto, venne bloccata da uno sconosciuto che, a bordo di una Bmw verde, le offrì un lavoro di vendita di cosmetici; la ragazza, allettata dalla proposta, anche in considerazione all’alto compenso che l’uomo le prometteva, spiegò di aver intenzione di parlarne con i propri genitori. Successivamente, a termine della lezione di musica, Emanuela uscì dalla struttura, contattò la sorella, si fece accompagnare da un’amica -Raffaela Monzi- alla fermata del bus, dopodiché non se ne ebbe più traccia. Erano le 19.30.
Fin qui è storia: documentata, certa. Da quel momento, però, si accavallarono le ipotesi, le teorie, soprattutto le testimonianze. Per i genitori, che denunciarono la scomparsa della figlia il mattino successivo, cominciò l’incubo delle segnalazioni inattendibili, quando non depistanti. Fino al 25 giugno, quando, a telefonare, non fu un certo “Pierluigi”, sedicenne, che raccontò di aver incontrato, assieme alla propria fidanzata, due ragazze a Campo dei Fiori. Una delle due, secondo le sue ricostruzioni, era astigmatica, portava con sé un flauto, vendeva cosmetici e aveva detto di chiamarsi “Barbara”. Dettagli, questi, che combaciavano con la figura di Emanuela, ma chi era l’altra ragazza? Non in pochi hanno creduto che si trattasse di Mirella Gregori, scomparsa il 7 maggio dello stesso anno. 
Il 28 giugno, un’altra telefonata, questa volta proveniente da un tal “Mario”, trentacinquenne. Anch’egli raccontò di aver incrociato un uomo e due ragazze che vendevano cosmetici, una delle quali diceva di chiamarsi Barbara. Durante la chiamata, però, il signor Mario si tradì: quando gli venne chiesta l’altezza della ragazza da lui descritta, tentennò, mentre, un’altra voce, lontana dalla cornetta, sbottò con forte accento romano: “No, de più”. In una seconda telefonata, lo stesso Mario raccontò di come Barbara gli avesse confidato di essersi allontanata volontariamente da casa, tesi a cui nessuno credette. Anni dopo, il presunto testimone venne identificato in Giuseppe De Tomasi, affiliato alla Banda della Magliana. Esattamente come, dopo molto tempo, l’uomo della Bmw verde che fermò Emanuela per offrirle un lavoro si scoprì essere particolarmente somigliante ad Enrico De Pedis, Renatino, il boss dell’organizzazione criminale che metteva a ferro e fuoco la Capitale in quegli anni. 

La Banda della Magliana dunque poteva c’entrare qualcosa con la sparizione di Emanuela Orlandi? Gli inquirenti, seppur con una certa prudenza, l’hanno creduto, ma solo dal 2005 in avanti. Nel luglio di quell’anno, infatti, alla redazione del programma tv “Chi l’ha visto”, giunse una telefonata da un informatore anonimo, successivamente individuato in un altro De Tomasi, Carlo Alberto, che invitava ad andare a scoprire chi fosse sepolto nella basilica di Sant’Apollinare e investigare in merito al “favore che Renatino fece al cardinal Poletti”. Non solo: lo stesso anonimo aggiungeva: “E chiedete al barista di via Montebello, che pure la figlia stava con lei, con l’altra Emanuela”. Il bar si rivelò essere quello della famiglia di un’amica di Mirella Gregori, mentre, nella basilica, si trovò la sepoltura di Enrico De Pedis.


Sul perché mai il cardinal Poletti, uomo vicino al democristiano Andreotti, avesse consentito a far seppellire il corpo di un criminale in una basilica, regna il mistero. Negli anni, in molti si sono detti convinti che vi fosse un’unica spiegazione: che fossero padre e figlio. Ma questa è un’ipotesi più volte smentita, in primis dalle testimonianze -non sempre attendibili- dell’amante del boss, Sabrina Minardi, secondo cui Renatino era piuttosto “l’uomo del Vaticano”. 
Minardi è stata anche la prima ad accusare esplicitamente l’ex compagno del rapimento di Emanuela Orlandi, compiuto, a suo dire, su ordine del vescovoMarcinkus, il presidente dello Ior, tanto caro a Papa Wojtyla. Ma Renatino era di più che un normale delinquente. Era un criminale riuscito a entrare a far parte di quello che Falcone chiamava “il Gioco Grande”: frequentava il banchiere legato alla massoneria Calvi, trovato morto in circostanze misteriose, conosceva Flavio Carboni, il capo della P3 -tanto più che la Bmw su cui venne fatta salire Orlandi era sua-, e agiva per conto del grande protagonista di quegli anni a Roma: Pippo Calò, il siciliano giunto nella Capitale per risolvere le beghe economiche di Cosa Nostra. Guai di non poco conto: 250 milioni di dollari consegnati dalla mafia al Vaticano perché li custodisse e volatilizzati. Impossibile comprendere che fine avessero fatto: seguendo un percorso logico, si potrebbe ipotizzare che avessero preso il largo per la Polonia, il paese natale di Wojtyla, laddove il sindacato Solidarnosc tentava di far cadere il governo di Jaruzelsky. Una volta crollato questo, avrebbe trascinato con sé tutto il blocco sovietico: il gioco grande, che prevedeva un’alleanza tra criminalità, servizi segreti italiani e americani per contrastare l’avanzata comunista, si sarebbe dovuto dir compiuto. 
I sopralluoghi nella tomba di De Pedis, effettuati il14 maggio del 2012, non portarono però ad alcun risultato. 

Ciononostante, appena quattro giorni dopo, il 18 maggio, Don Pietro Vergari, parroco della Basilica di Sant’Apollinare e legatissimo a De Pedis, venne indagato per concorso in sequestro di persona. La notizia fece in breve il giro d’Italia, raggiungendo le orecchie dell’esorcista Gabriele Amorth, il quale volle prender parte alla vicenda ed esporre la propria teoria sulla sparizione di Orlandi. In un’intervista del 22 maggio dichiarò a la Stampa che, in Vaticano, “venivano organizzati festini”. “Ritengo che Emanuela sia finita vittima di quel giro”, aggiunse, spiegando di aver motivo di credere “che si sia trattato di un caso di sfruttamento sessuale con conseguente omicidio poco dopo la scomparsa e occultamento di cadavere.” Ipotesi terribili a cui il fratello di Emanuela, Pietro, ribatté con poca sorpresa: “Che a Sant’Apollinare ci fossero giri strani e gravitasse un pezzo di malavita romana, non solo De Pedis con cui don Vergari era in confidenza, è purtroppo qualcosa di risaputo”, dichiarò infatti allo stesso quotidiano. “Le amiche della scuola di musica di Emanuela mi dissero che suor Dolores, la direttrice, non le faceva andare a messa o cantare nel coro a Sant’Apollinare, ma preferiva che andassero in altre chiese proprio perché diffidava, aveva una brutta opinione di monsignor Vergari”.

Padre Amorth, nella stessa intervista, aveva anche dichiarato di non aver “mai creduto alla pista internazionale” per spiegare la sparizione di Emanuela. Questa si basava, nello specifico, su una sorta di “scambio” ordito all’interno delle Mura Leonine per liberare Alì Mehmet Agca, terrorista turco di estrema destra, appartenente ai Lupi Grigi. L’uomo che, due anni prima della scomparsa della quindicenne, aveva tentato di uccidere Papa Wojtyla, sparandogli in Piazza San Pietro e ferendolo gravemente, incolpando poi la Bulgaria. Trovare un nesso non fu affatto difficile: l’attentato altro non si sarebbe trattato di un intrigo internazionale atto ad annientare il Papa, anticomunista ma ancora troppo docile nei confronti della Polonia, allora roccaforte sovietica, proprio nel periodo della Guerra Fredda; la scomparsa di Orlandi un rapimento da parte dei Lupi Grigi per riavere Agca, condannato all’ergastolo, libero. A mettere in moto quest’ipotesi, volente o nolente, fu Papa Giovanni Paolo II stesso: durante l’angelus tenutosi domenica 3 luglio 1983, infatti, il pontefice rivolse un appello ai responsabili della scomparsa della quindicenne, ufficializzando di fatto l’ipotesi del sequestro.

Due giorni dopo, alla sala stampa vaticana, giunse la telefonata di un uomo che parlava con uno spiccato accento anglosassone e, per questo, ribattezzato subito “l’Amerikano”. Fu la prima di sedici telefonate: in essa, l’anonimo sosteneva di tenere in ostaggio Emanuela e affermava di volerla liberare solo dopo la scarcerazione di Agca, che doveva avvenire entro il 20 luglio. A supporto della richiesta, l’Amerikano fece più volte ritrovare nastri audio in cui si percepiva la voce di una ragazza -la presunta Emanuela- che richiedeva aiuto. Nonostante questi, non venne mai aperta una reale pista investigativa, finché non venne definitivamente smentita da un ex ufficiale della Stasi, Gunter Bohnsack, secondo cui i servizi segreti della Germania dell’Est sfruttarono il caso Orlandi inviando a Roma false lettere in cui ponevano in relazione Agca con i Lupi Grigi, al fine di scagionare la Bulgaria dalle accuse di aver avuto un ruolo nell’attentato al Papa. Successivamente, Agca stesso, in un colloquio con Pietro Orlandi, avvenuto nel 2010, confermò la propria estraneità, sottolineando come il rapimento fosse maturato e avvenuto in ambienti vaticani. Frattanto, spuntò anche una nota riservata dell’allora vicecapo del Sisde, Vincenzo Parisi, nella quale si identificava l’Amerikano con monsignor Paul Marcinkus. Si era trattato, dunque, dell’ennesimo depistaggio.


Ma intanto, nuovi tasselli emergono. Nell’aprile del 2013, il fotografo Marco Fassoni Accetti fece ritrovare un flauto simile a quello che Emanuela aveva con sé il giorno della scomparsa. Successivamente, lo stesso uomo -condannato per omicidio colposo nell’ambito della morte del dodicenne José Garamon- si autoaccusò di aver preso parte al sequestro di Orlandi e di Gregori. Secondo la sua ricostruzione, avrebbe fatto parte di un “nucleo di controspionaggio occidentale” in grado di condizionare i vertici del Vaticano. Lui, che sostiene la pista internazionale, ha dichiarato di essere stato tra i “centralinisti” che telefonarono in Vaticano, ma non solo: agli inquirenti ha spiegato che il rapimento delle due giovani era stato progettato perché durasse pochi giorni, e sarebbe da inquadrare in una faida tra due fazioni delle gerarchie vaticane: la parte progressista, nello specifico, era contraria alla linea anticomunista di Wojtyla e, alla fine degli anni Settanta, si mosse affinché lo Ior di Marcinkus frenasse l’invio di fondi al sindacato Solidarnosc. 
Ma Marco Accetti è un individuo ambiguo, poco attendibile: non si sa quanto sia testimone e quanto, invece, mitomane. Quel che è certo è che è collegato ad altri misteri d’Italia. Non solo è figlio di Aldo Accetti, appartenente alla loggia Mediterranea legata alla P2 di Licio Gelli, ma pure figurava nella lista di nomi di estremisti di destra stilata dal diciannovenne Valerio Verbano, ucciso in circostanze misteriose nella sua casa romana nel 1980. 

Infine, un ultimo collegamento particolare: Giovanni Carenzio, il broker finito in manette lo scorso giugno, nell’ambito dell’inchiesta sul riciclaggio dello Ior che ha coinvolto anche monsignor Scarano e l’ex 007 Giovanni Zito. Ma non era la prima volta che il suo nome compariva in un fascicolo d’indagine: nell’85, infatti, venne inserito in quello sulla scomparsa della quindicenne. 
Alle 15.52 del 4 agosto di quell’anno, infatti, un anonimo con inflessione straniera telefonò in Questura, a Roma, spiegando di far parte dei Lupi Grigi e avvisando la polizia che “Emanuela Orlandi è viva e il Vaticano ne è a conoscenza”. Non solo: raccontò anche che l’organizzazione terrorista aveva sequestrato a Nola un ragazzo di vent’anni, Giovanni Carenzio. Poco dopo, sempre nella Capitale, venne fermato un ragazzo in stato confusionale, il futuro broker. Spiegò di essere stato rapito e portato in un appartamento dove avrebbe riconosciuto Emanuela Orlandi. Carenzio fu però ritenuto non credibile e riconsegnato ai genitori.
Inquitante coincidenza: il giorno successivo, Agca tornò improvvisamente a parlare della relazione tra i Lupi Grigi e la quindicenne, durante il processo che lo vedeva imputato.

A tutte queste ricostruzioni sulla sorte di Emanuela, però, se ne aggiunge un’ultima. Quella dell’ormai deceduto legale degli Orlandi, Gennaro Egidio, secondo cui “i motivi della scomparsa della ragazza sono molto più banali di quello che si è fatto credere.” “Contrariamente alle dichiarazioni dei familiari, Emanuela di libertà ne aveva molta, per esempio le comitive con gli amici”, aveva dichiarato al giornalista Pino Nicotri. “Il rapimento, il sequestro per essere scambiata con Agca? Ma no, la verità è molto più semplice, anzi, ripeto, è banale. Non per questo”, però, “meno amara.”.



Fonte: http://www.articolotre.com/2013/11/emanuela-orlandi-protagonista-a-propria-insaputa-del-gioco-grande/227698
http://www.signoraggio.it/emanuela-orlandi-protagonista-a-propria-insaputa-del-gioco-grande/

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